AFGHANISTAN

di Angelo Spaziano

Per chiunque intendesse afferrare in un flash la drammaticità dell’attuale situazione afgana basterebbe l’immagine diffusa pochi giorni orsono dai media di tutto il mondo. La foto mostra un gruppo di giovani uomini dalla lunga barba che fanno ressa davanti a un bancomat di Kabul desolatamente inattivo. I soldi infatti non ci sono più. Ovvero, ci sarebbero pure, ma sono rimasti “sequestrati” nelle capaci tasche, ovvero nei caveau, dello Zio Sam. E’ l’infame “rappresaglia” degli Usa nei confronti del caparbio popolo che ha osato sfidare (e sconfiggere) la superpotenza d’Oltreatlantico. Insomma: tu mi hai cacciato e io ti affamo. A questo punto si potrebbe ben dire che il blocco del denaro è la continuazione della guerra con altri mezzi. Ma perché si è arrivati a questo? Semplicemente perché nell’ormai lontano 20 settembre 2001 l’allora presidente Usa George W. Bush ebbe la pessima idea di lanciare uno strampalato ultimatum al governo dei Talebani (ebbene si: anche allora a Kabul i Talebani – “Studenti” in lingua araba – erano forza di governo). Il fatto è che questi ultimi all’epoca ospitavano sul suolo patrio Osama bin Laden ed altri membri di al-Qaeda ritenuti colpevoli dei disastri dell’11 settembre del 2001. Tutto ciò malgrado non vi fosse alcuna prova evidente del coinvolgimento di Al-Qaeda nei sanguinosi attentati alle due torri e al Pentagono. Effettivamente le offese patite erano state troppo oltraggiose per gli yankee, e le reticenti e contraddittorie dichiarazioni della poco accorta diplomazia talebana alquanto sospette. Fino a quel giorno, infatti, tranne l’episodio di Pearl Harbour, nessuna potenza nemica era mai riuscita a portare a segno un attacco di queste dimensioni sul suolo patrio Usa. Non c’era niente da fare, l’onta andava lavata col sangue e Bush e il suo entourage non intesero ragioni. Pertanto, allo strampalato ultimatum seguì uno sconsiderato attacco all’inerme paese abbarbicato sui monti del centro Asia. E pensare che Mohamed Atta e compagni erano per la maggior parte sauditi. I primi a solidarizzare con la Casa Bianca e a criminalizzare Kabul. La velocità del dispiegamento dell’apparato bellico stellestrisce tuttavia fu tale da lasciar supporre che gli Usa avessero già furbescamente pianificato l’invasione ben prima del fatidico 11/9. Insomma, l’11 Settembre era un pretesto. Il fatto è che l’Afghanistan è la chiave di volta di tutta la complicata geopolitica dell’Asia Centrale. Un caposaldo da dove controllare da vicino il polso di realtà del calibro di Russia e India, Cina e Pakistan, Iran e Turkestan. A parte le sue immense risorse, minerarie e non, attraverso il suo territorio possono transitare oleodotti e gasdotti altamente strategici e immensamente redditizi. Inoltre, il governo talebano dell’epoca si era messo in testa di smantellare tutti i campi di oppio all’origine di lucrose rendite i cui terminali erano proprio i tycoon annidati all’ombra di Liberty Island. Davvero imperdonabile. Fatto sta che la spedizione punitiva di George Bush ebbe inizio. Ma solo l’arroganza e la presunzione dei supertecnologizzati epigoni di Buffalo Bill potevano far supporre loro di riuscire là dove avevano fallito achemenidi, macedoni, greci, persiani, mongoli e inglesi. Gli ultimi a fare i conti con l’ostilità della popolazione locale, con l’asprezza del clima e con la durezza del territorio furono i sovietici di Breznev, che con una invasione suicida nel 1979 aprirono quell’autentico vaso di Pandora dimenticato da Dio e dagli uomini. Un formidabile vespaio umano, un’accozzaglia di razze e di tribù agguerrite e litigiose intente da millenni a sgozzarsi vicendevolmente. Manco a farlo apposta, anche per l’armata rossa la “passeggiata” all’ombra dell’Hindu Kush si trasformò presto nella marcia funebre per una ex formidabile macchina bellica rimasta intrappolata tra gli impervi e scoscesi dirupi di un’orografia da incubo. E il bello è che a sconfiggere i russi gran parte del merito lo ebbero proprio i generosi finanziamenti americani andati a rimpinguare le milizie musulmane antirusse. Proprio quelle che in futuro, attraverso l’exploit talebano dello scorso agosto, avrebbero a loro volta presentato il benservito a un anonimo e mediocre ferrovecchio della politica democrat Usa come John Biden. Rimasto col cerino acceso in mano ma a sua volta vittima di una sconcertante mancanza di strategia e di una miope visione politica e culturale ultraventennale. Una condotta velleitaria, pressappochista e ideologizzata. Un “progetto” messianico di esportazione in loco delle peggiori fole moderniste e sessuoliberiste arcobaleno e radical. Tutte mirate a instaurare nel paese geloso delle sue peculiarità islamiche una sorta di dittatura del politically correct, del transgender e del vangelo lgbtqia. Cose naturalmente viste come il fumo negli occhi dai barbuti quadri dirigenti formatisi nelle madrase pachistane. Il risultato non poteva che essere quello visto lo scorso agosto, con i collaboratori e manutengoli di Ghani fuggire a gambe levate su aerei dell’Usaf stracarichi fino all’inverosimile e col rinsaldarsi nel cuore geostrategico dell’Asia centrale di un inedito e pernicioso (per Washington) asse Teheran-Mosca-Pechino.  

Angelo Spaziano

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