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DISCRIMINAZIONE RAZZIALE NEL PAESE DEL PRIMO SINDACO TRANSGENDER D’ITALIA.Di A.Sartori

Il Covid è il virus dell’apocalisse. In greco, la parola significa “rivelazione” e il Covid sta rivelando tutta la stronzaggine che prima restava ben nascosta.
Prendiamo quel che è capitato nel mio paesello che, nella primavera del 2019, è stato eletto dal New York Times come borgo inclusivo e open minded per via dell’elezione del “primo sindaco transgender d’Italia”. Il fatto vede quale protagonista mia moglie, una donna russa, che stava conversando fuori da un bar con un professore di filosofia e un commerciante di vini. Questo trio formava, secondo le forze dell’ordine, un pericolosissimo assembramento, diversamente dal Primo Cittadino che, il 18 ottobre del corrente anno, parlava a una manifestazione LGTB a Pavia, con tanto di foto sul profilo Facebook, e da un suo assessore che, durante il primo lockdwon, venne pizzicato a dare una festa privata. Ma, si sa, ci sono assembramenti meno assembramenti di altri e allora ecco la vigilessa che piomba loro tra capo e collo.
Come ammesso dalla stessa, lei arriva solo in caso di segnalazione. Quindi qualcuno si è preso la briga di fare una telefonata. Ecco l’atmosfera in cui viviamo: vecchiacce, con lo spirito da portinaia, che si adoperano per fare da agenti della Stasi.
Ma c’è di più. Alla faccia dell’apertura mentale del paesello anti omofobia, quel bar si è visto arrivare più di una volta controlli da parte di vigili e carabinieri, per via di presunti assembramenti di due o tre persone. Sapete qual è il vero motivo? Sono calabresi quindi, nell’ottica del paesano, dei “terroni di merda”. Da noi puoi avere qualsiasi tendenza sessuale, anche andare a letto col cane, basta che sei del posto. Già se arrivi dal paese vicino, sei un alieno. Quindi le portinaie della Stasi “senza mai figli, senza più voglie”, come cantava il poeta, se ne stanno tutto il giorno attaccate alla finestra per vedere se si crea un terribile e sovversivo nuvolo di persone davanti all’odiato bar dei terroni. E poi vanno sui gruppi locali, i terribili “sei di X se…”, che tutti sanno essere nelle mani delle amministrazioni, a fare i savonarola urlando “state a casaaaa” oppure “oggi, ho notato un assembramento”.
D’altronde, da queste parti si sono viste cose a metà tra il film horror e il romanzo di Orwell, come gli esercizi obbligati a esporre i disegnini dei bambini, con scritto “Andrà tutto bene”– roba che puzza di “Arbeit macht frei” lontano chilometri –, e cartelli in cui il sindaco invitava caldamente a scaricare l’app Immuni.
Il gran finale: mia moglie mostra alla vigilessa il passaporto russo. E la signora replica “Se non ti piacciono le leggi italiane, tornatene al tuo Paese”. Le fanno notare che sta discriminando una straniera. Ma i russi non sono stranieri come gli altri: sono bianchi, cristiani e stanno sulle balle a Obama e a tutti gli “inclusivi”. Loro si possono discriminare.
Non c’é male. I delatori che prendono di mira il bar calabrese, la vigilessa che insulta una donna perché russa, però hey, abbiamo “Il primo sindaco transgender d’Italia. Ne ha parlato anche il New York Times”. Vuoi mettere?

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