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Ettore Muti: L’aroma di un’anima pura.di Vittorio Emanuele Miranda

“Hanno ammazzato Ettore Muti, fascista tra i fascisti. Vendetta si, vendetta, fare sui comunisti”.
Cosi recitava una canzone dedicata ad Ettore Muti, all’indomani del suo omicidio. Il punto però, è che non furono i comunisti ad eliminarlo, né i partigiani. Ma questo lo vedremo in seguito.

Alla vigilia del 77° anniversario dalla sua morte, voglio raccontarvi di una vita straordinaria, magari meno nota alla storiografia, ma capace d’aver fatto la storia del suo tempo.
Romagnolo, Ettore Muti nasce a Ravenna il 22 maggio del 1902. Già il nome, deciso dalla madre Celestina Ghirardi di nobili origini, in omaggio ad Ettore Fieramosca. Il cognome paterno, da Muty, fu tramutato in Muti per venire incontro alle esigenze della madre.
Evidentemente il personaggio al quale è stato ispirato il suo nome, gli diede il suo spirito di personaggio forte e patriottico.
Cresciuto a Ravenna, abitando di fronte alla caserma di Corso Garibaldi verso il quale da bambino scappava più volte, per assistere alla vita militare, crebbe con l’esercito come un modello di vita.
Tra le varie curiosità, quando allo scoppio del primo conflitto mondiale a scuola il professore socialista e non interventista, diede il compito di scrivere in classe un tema sullo “studente esemplare”, egli riportò le frasi del professore, sul prototipo dello studente modello, pacifista, volenteroso, schivo delle cattive compagnie, aggiungendo la frase “Questo però non è un ragazzo, ma un aborto di natura”. Episodio che creò un certo scandalo, ma fu difeso dalla madre con un non indifferente orgoglio.
Patriota ed interventista della prima ora, tento di arruolarsi a 14 anni per partire verso il fronte ma fu rifiutato perché troppo piccolo. L’anno successivo, pur di arruolarsi, fece carte false e visto che le fattezze fisiche gli permettevano di apparire come più grande della sua età, vi riuscì arruolandosi inizialmente nel 6° reggimento di fanteria della brigata Aosta e successivamente negli arditi.
La battaglia più famosa, la quale fece si che venne proposto come medaglia d’oro al valor militare, fu battaglia del solstizio dove gli arditi nuotatori furono mandati a creare una testa di ponte, giungendo a nuoto dalla riva sinistra del Piave. Riuscirono nell’impresa ma dopo uno scontro estremamente feroce all’arma bianca, i “caimani del Piave” da un reggimento di 800 soldati, restarono solo in 22, tra i quali quel ragazzino. Rifiutata la medaglia al valor militare in quanto minorenne, i superiori s’insospettirono della cosa, scoprendo la sua vera identità e lo rispedirono a casa.
Neanche il tempo di ritornare a casa che parte subito alla volta di Fiume sotto la guida di Gabriele D’Annunzio ed è capace di ammaliarlo, che lo soprannomina “Gim dagli occhi verdi” e cosi lo descrive:

“Voi siete l’espressione del valore sovrumano, un impeto senza fine, un’offerta senza misura, un pugno d’incenso sulla brace, l’aroma di un’anima pura.”

Gli piacevano gli scherzi, le tagliatelle al ragù e le belle donne, aveva un suo clan di amici, diceva sempre ciò che pensava, schietto fino all’ingenuità, negato alla retorica e ai miti, una specie di D’Artagnan del littorio. Ci ha raccontato Giuseppe Bottai nel suo diario.

Fu cosi che tornato da fiume, entrò subito nei fasci da combattimento ed all’indomani della marcia su Roma, alla testa dei suoi uomini occupò la prefettura di Ravenna.
Nel 1925 ottiene il grado di colonello e nel settembre 1926 si sposa con Fernanda Mazzotti, figlia di un banchiere che non è d’accordo con le nozze. Nel 1929 nascerà la sua unica figlia, Diana.
Trasferito in degenza a Trieste, incontra il Duca Amedeo D’Aosta che lo convince ad entrare nella regia aereonautica.
Combattente in Etiopia e volontario pilota in Spagna dove ottenne il soprannome di “Cid” alato, pluridecorato al valore, medaglia d’oro, due d’argento e tre promozioni per meriti speciali. Nel 1939 diventa il più “bel petto d’Italia” al rientro dall’Albania. L’uomo cosi irriverente che dava del TU a Mussolini, ma di cui il Duce si fidava ciecamente e su proposta di Ciano, gli diede la carica di Segretario nazionale del PNF al posto di Achille Starace. Tuttavia, anche se godeva di pieni poteri, dietro una scrivania non si trovava a suo agio.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale lasciò la carica di segretario del PNF per recarsi sul fronte, come da lui detto “li dove c’era bisogno” distinguendosi nei cieli di Francia ed Inghilterra.
Alla caduta del fascismo ed all’arresto di Mussolini il 25/07/1943, Muti si pose agli ordini del re e Badoglio per metterlo alla prova ed avere il pretesto per eliminarlo, gli propose il comando di un reggimento di camicie nere che si rifiutava di passare sotto gli ordini del nuovo governo. Muti naturalmente rifiutò.

Il 20 agosto del 1943, Badoglio al capo della polizia Carmine Senise scriveva: “Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso”.
Fu così, che quattro giorni dopo, il 24 agosto del 1943, Muti fu “arrestato” dai carabinieri con le accuse di tentata insurrezione mai dimostrate, da una villetta di Fregene che prese in affitto, condotto dalla pineta li stante ed assassinato a colpi di mitra.

Vedete, l’unico modo per eliminare un uomo di valore è mettergli un uomo di pari valore.
Oppure, temendolo, ne orchestri l’assassinio, strisciando come un verme.

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