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IL CASO PRIEBKE di M.Vincelli

IL CASO PRIEBKE Era una calda notte del primo agosto del 1996. All’ora di cena, come era allora mia consuetudine, guardavo il telegiornale e udii che al Tribunale militare di Roma si stava vèrificando una sorta di assedio: c’era stata la lettura del dispositivo della sentenza contro Erich Priebke e, a quanto pare, l’esito aveva dato luogo a dure contestazioni.All’epoca, ancora scapolo, abitavo a poche centinaia di metri proprio dal Tribunale Militare e siccome conoscevo i membri togati del collegio giudicante, decisi di andare a vedere cosa stesse accadendo.Quello che potei osservare quella notte, da cittadino e da awocato, non fu una bella pagina per la cultura giuridica del nostro paese. ll Tribunale militare si trova in Viale delle Milizie e il nome svela come Sran parte del quartiere Prati fosse stato costruito, originariamente, proprio per ospitare gli uffici e le famiSlie di coloro che avevano scelto di vivere con le “stellette”. L’entrata risultava presidiata da alcuni carabinieri che stentavano a calmare gli animi piil agitati e cercavano di imbastire un dialogo con quelli piir facinorosi. L’edificio era, infatti, completamente circondato da un numeroso gruppo di riì8azzi giovani e prestanti che, se non fosse stato per alcune catenine con la stella di Davide come ciondolo, avrebbero potuto essere tranquillamente scambiati per giovani della Roma bene dell’epoca. Tuttavia, I’espressione dei loro vohi e ciò che propalava dalle loro bocche non era affatto rassicurante! L’atmosfera era tesissima, i membri del collegio erano rimasti barricati in camera di consiglio letteralmente sotto sequestro ed erano impossibilitatiad allontanarsene, per evitare di mettere a repentaglio la propria incolumita. Riuscirono a guadagnare la liberta soltanto intorno alle cinque del mattino, dopo diverse ore di segregazione, previo arrivo di ulteriori forze dell’ordine come rinforzo che, non si comprende come mai, nell’occasione tardarono ad arrivare. Erano infatti proprio igiudici i bersagli delle minacce, delle ingiurie e la causa del diffuso malcontento’ Urlavano che Erich Priebke era stato assolto e che loro la avrebbero fatta pagare cara ai Eiudici che si erano permessi di promulgare un verdetto siffatto I All’improwiso un’auto bianca venne scorta uscire da un cancello adiacente e fu letteralmente caricata di calci, pugni e bastonate, finché, non appena fatto scendere uno degli occupanti, gli assalitori si resero mnto che si trattava “soltanto di un giornalista delTG4” e non di Priebke che tentava di allontanarsi, dunque gli furono riservati solo una serie di schiaffi e spintoni.ll titolo “Priebke è stato assoho” venne pubblicato praticamente su ogni quotidiano dell’epoca (non c’era ancora internet) sempre accompagnato da commenti di biasimo, disprezzo, disapprovazione e sdegno per l’intero collegio giudicante, da tutta quella cultura di sinistra che, gia all’epoca, imperava sui mezzi di informazione e dettava le coordinate per indirizzare il popolo verso la loro sponda, in un periodo in cui non era per nulla facile essere di destra e, comunque, l’esserlo, significava far parte di una minoranza che contava ancora troppo poco. Quella che era, comunque e pur sempre, una sentenza proclamata in nome del Popolo italiano, nonostante la medesima cultura imperante avesse sempre predicato il rispetto, incondizionato, per le pronunce della magistratura, in questo caso, invece, stranamente, dissentiva a trecentos€ssanta gradi. Basti pensare che Francesco Rutelli, allora Sindaco di Roma, arrivò a hr spegnere, per la prima volta nella storia, le luci nottume del Colosseo, per manffestare lo sdegno e, sempre secondo detta cultura, per la brutta pagina della Biustizia che si sarebbe verificata con “l’assoluzione” di Priebke.Tuttavia, in reahà, Erich Priebke non era stato affuto assoho!Come può infatti evincersi da una semplice lettura del dispositivo, il Collègio si era limitato ad osservare che il reato attribuito a Priebke non poteva essere qualificato come’crimine contro I’umanita”, posto che anche il connesso termine di “genocidio” era entrato nel nostro ordinamento soltanto dal 1957. Dunque, considerando il principio, assoluto e imprescindibile, della irretroattività della legge penale, secondo il quale, nessuno può essere giudicato o condannato per un reato che non esisteva all’epoca del commesso delitto, Erich Priebke doveva essere giudicato per reati ipotizzati e consumati prima della fine della guerra, entro il 1945. ll titolo del reato nei suoi confronti doveva essere, dunque, quello di “crimine di guerra”, vigente all’epoca dei fatti e, posta la applicabilità delle attenuanti di cui all’art. 52 bis c.p. e 59 n. 1 c.p.m.p.,considerate equivalenti alle contestate aggravanti, essendo altresì emerso che Priebke aveva obbedito all’ordine di un superiore gerarchico, il reato risultava ormai prescritto, sin dal lontano 1956.Dunque, la formula della sentenza era “non doversi procedere per intervenuta prescrizione”, giammai quella della “assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso ilfatto” che è ben altra cosa.Tuttavia, la cultura dell’epoca non poteva accettare una sentenza siffatta! Molti gerarchi nazisti erano rimasti “uccel di bosco” e la rocambolesca fuga di Herbert Kappler dall’ospedale militare romano del “Celio”, negli anni ’70, aveva lasciato un vuoto ed un senso di frustrazione, semprè per quella cultura dell’epoca. Dunque, bisognava fare un colpaccio, creare sensazione, far intendere che non si poteva sfuggire alla giustizia italiana, bisognava trovare un capro espiatorio! Erich Priebke, scovato in Argentina, dove viveva indisturbato da anni, alla luce del sole, mantenendo la propria identità, senza mai nascondersi, risultava perfetto! Congedato con i[ grado di capitano, ma soltanto tenente all’epoca delle “Fosse Ardeatine”, in tempo di guerra, si trovava in ltalia da diversi anni perché parlava un corretto italiano e spesso fungeva da interprete, in occasione delle sortite del Fuhrer a Roma. Considerato dalla storia dell’epoca come solo un “passacarte”, sino agli anni 90, non veniva, inhtti, annoverato tra icriminali di guerra. Per quello che può valere un’opera cinematografica nelle ricostruzioni storiche, per avere un’idea del peso che la storia attribuiva allora a Priebke nei fatti delle Fosse Ardeatine, nel film di guerra “Rappresaglia” di GeoBe P. Cosmatos, del 1973, con Richard Burton e Marcello Mastroianni, Erich Priebke appariva in un solo fotogramma della pellicola, [ì dove veniva chiamato da Kappler (R. Burton) che gli chiedeva di portargli un qualcosa!Comunque, a prescindere dalle responsabilità e dalle ricostruzioni storiche, la sentenza del 1″ agosto 1995 non poteva essere accettata dalla cultura dell’epoca e, dunque, attraverso deiveri e propri artifizi, che nulla avevano di giuridico, il governo italiano riuscì a non f?r liberare Priebke, nonostante il dispositivo della sentenza ne ordinasse proprio l’immediata liberazione! Egli fu trattenuto in carcere, sulla base di una fantomatica richiesta di estradizione, da parte della Germania che, in realtà, non risulta essere mai esistita! Fu rifatto, dunque, un nuovo processo da capo, come se neppure quella sentenza fosse mai esistita! Le modalita attuative di questo nuovo processo, volendosi attenere ad un mero e stretto tecnicismo giuridico, sono ancora in parte inspiegabili e, in gran parte, rappresentano una sorta di vera e propria “forzatura”, difficilmente riscontrabile in altri casi della Siurisprudenza italiana.Erich priebke, in seguito, fu condannato, come la cultura dell’epoca richiedeva e sino alla sua morte, awenuta nel 2013, è rimasto l’unico esempio di detenuto in ltalia sottoposto al regime della detenzione domiciliare, benché fosse ormai ultranovantenne! Una brutta pagina per la cultura giuridica italiana!Oopo la sentenza del 1″ agosto 1996, i relativi giudici furono diffamati su tutti igiornali dell’epoca, attraverso l’uso di ogni ignominia possibile, sino, owiamente, all’essere definiti soprattutto giudici fascisti. Addirittura, venne loro criticato il modo di posizionare le mani, la mimica e anche ogni singola espressione facciale che costoro avevano assunto nel corso di tutta la lun8a ed estenuante istruttoria del processo.ll sottoscritto fu contattato, dall’allora Presidente della ll sezione del Tribunale Militare di Roma, Dott. Bruno Rocchi, giu dice “o lotere” proprio di quel collegio, per assumere l’incarico di awocato difensore della persona offesa del reato, in tutte que: processi per diffamazione a mezzo stampa che decidemmo di intentare contro pressoché tutti i quotidiani nazionali piir importanti dell’epoca. Diversi risarcimenti in danaro, condanna per diffamazione a mezzo stampa, nonché scuse formali sono stati gli esiti di alcuni di quei processi allora intrapresi, appunto, per tutelare la dignità e il decoro del Dott. Bruno Rocchi, anch’egli Giudice della Repubblica ltaliana, tra i pochi a essere stato diffamato nell’esercizio delle sue funzioni.MICHELE VINCELLI

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