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IL “FASCISMO” DEI “FASCISTI” DI COLLEFERRO….di G.Reale

Era da parecchio tempo che non accadeva, come è successo in questi ultimi tempi, dopo i fatti di Colleferro, che si parlasse di “fascismo” aldilà di ogni serio contesto storico e politico.
“Fascismo” è quindi (ri)diventato sinonimo del “male assoluto” di finiana memoria, dopo che pareva fosse stato ricondotto -anche grazie a De Felice- al suo autentico significato, con riferimento al 1919-45 italiano.
Così non è stato: era un piatto troppo ghiotto per chi insegue strumentalizzazioni politiche quando non elettoralistiche addirittura.

Da stamattina, però, nella mia mente fa capolino anche un pensierino malizioso, e cioè che se questo è accaduto è stato anche perché “dalla nostra parte”, di chi cioè rifiuta il sinonimo, si è fatto troppo uso e abuso dello stesso termine per indicare ciò che “ci piace” sia fascismo,  alla ricerca di padri e fratelli maggiori “nobili”.
Mi viene da sorridere quando leggo (anche su FB) che “tracce” di fascismo, di un fascismo eterno, uguale e contrario a  quello di Eco, ci sarebbero in Sparta guerriera, in Roma cesarea, nella cavalleria medievale, nel vandeanismo antirivoluzionario, nel conservatorismo confederale, nel borbonismo meridionale, nel militarismo giapponese, etc etc….fino a certi bizzarri personaggi sudamericani “antiUSA” o al guevarismo più spicciolo.
E no, così non va. Se vogliamo che gli altri rispettino il significato delle parole, dobbiamo cominciare noi a farlo.
L’inflazione semantica che aiuta a “semplificare” i discorsi è un rischio che ci si è ritorto contro.
Lo scorso anno ci provò a mettere le cose in chiaro Emilio Gentile col suo “Chi è fascista”, libro passato sotto silenzio dalla critica conformista, ma anche da quella “contro”, perché, questa è la verità, la definizione di “fascista” assicura anche a destra (famo a capisse)   rendita di posizione e di consenso, nella babele di linguaggi e di idee.

Credo che il colmo lo abbia raggiunto un mio “contatto FB” di qualche tempo fa (poi ci siamo lasciati in malo modo), dirigente di Fratelli d’Italia nella sua città,  che ogni volta premetteva alle nostre conversazioni un tonante “camerata” e arrivò a definirisi “evolo-guevarista”
Era un esempio di quel “fascismo-mimetico” del quale parla Gentile, al quale corrisponde il “fascismo-onnivoro” degli antifascisti.
Tutto sommato, credo si possa condividere la definizione, sempre di Gentile (ma altro sul tema non c’è):
“E’ fascista chi si considera erede del fascismo storico, pensa e agisce secondo le idee e i metodi del fascismo storico, milita in organizzazioni che si richiamano al fascismo storico, aspira a realizzare una concezione fascista dello Stato e della Nazione, non necessariamente identico allo Stato mussoliniano.
Inoltre, è fascista chiunque ostenta idee, linguaggi, simboli, che erano tipici del fascismo italiano”.

Questo più o meno era il MSI sino alla fine degli anni sessanta (quando cioè io mi iscrissi):   saluti camerateschi in ogni occasione scritta e verbale,  braccia tese (nessun saluto “legionario ” (?) ) a profusione, labari e gagliardetti (neri) sui palchi, camicie (pluricromatiche) indossate come divisa, sezioni intitolate a Ettore Muti, Italo Balbo e Caduti della Rivoluzione, corporativismo e socializzazione come modelli di riferimento.
Il ’68 ha buttato all’aria tutto questo…forse era inevitabile.
Evitabile era però che, accreditando noi pure un fascismo di burletta (la saga pastorale degli omini con i grossi piedi bitorzoluti) e tragico allo stesso tempo (le tecniche di guerra civile, sia pure a bassa intensità,  che non avevano alcun riscontro storico), rimanessimo vittima dello stesso gioco degli avversari, che miravano anche  a privarci della “memoria” che era la nostra forza…le famose “radici che non gelano” nella versione banalizzata.

PS: righe scritte pressocchè di getto…evitiamo troppa filosofia, spero che il concetto sia chiaro
GIACINTO REALE

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