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Il genocidio del popolo tibetano di Piero Verni

Tibet: un genocidio che dura da cinquant’anni
Nel 1950 il Tibet, uno stato indipendente e sovrano, con una propria identità culturale, religiosa, etnica e linguistica, fu invaso dall’esercito della Repubblica Popolare Cinese.

L’occupazione militare costituì un inequivocabile atto di aggressione e di violazione del diritto internazionale. Il Dalai Lama, capo politico e spirituale dei tibetani, tentò a lungo una pacifica convivenza con l’invasore ma le mire colonialistiche dei cinesi diventarono sempre più evidenti. Il 10 marzo 1959 i tibetani, esasperati dai continui soprusi e dalle vessazioni, insorsero e il loro risentimento sfociò in un’aperta rivolta nazionale. Un imponente assembramento di popolo si riunì intorno al Norbulinka, il Palazzo d’Estate, dove si trovava il Dalai Lama. Di fronte all’arroganza della Cina che brutalmente tacitava qualsiasi forma di resistenza, si accaniva sulla popolazione civile e, di fatto, esautorava lo stesso Dalai Lama da ogni potere, la gente chiese apertamente al governo di rifiutare ogni inutile e vano compromesso con Pechino e, con grande determinazione, gridò ai cinesi di lasciare il Tibet. La parola d’ordine era “Libertà e Indipendenza”. La repressione fu feroce.

L’Esercito di Liberazione Popolare stroncò l’insurrezione con estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno, nel solo Tibet centrale, più di 87. 000 civili. Il Dalai Lama lasciò il Paese e chiese asilo politico alla vicina India. Assieme a lui, abbandonarono in massa il Tibet occupato oltre centomila tibetani, il primo gruppo di quel flusso di profughi che, ancor oggi, nel tentativo di preservare le proprie tradizioni e di sfuggire alle persecuzioni e alla dittatura cinese, prende la via dell’esilio. All’indomani dell’occupazione i generali cinesi si resero conto che oltre il 90% dei tibetani era fedele al Dalai Lama e decisero quindi che, per rendere la popolazione più disponibile ad accettare le “Riforme Democratiche”, erano necessarie delle “sessioni di lotta”collettive, i famigerati thamzing, dei veri e propri linciaggi pubblici degli elementi “controrivoluzionari”a cui tutti dovevano partecipare attivamente. Chi non lo faceva, o non lo faceva con il necessario entusiasmo, rischiava di passare immediatamente dal ruolo di accusatore in quello di accusato. Oltre a queste “sessioni di lotta “, per convincere il popolo tibetano a rispettare l’autorità di Pechino e a rompere con la “vecchia”cultura, vennero chiusi o distrutti i monasteri e i monaci dispersi, fu proibita e perseguitata ogni manifestazione (sia pubblica sia privata) di fede religiosa. Anche le più innocue espressioni di dissenso vennero represse e i dissidenti rinchiusi nei numerosi campi di lavoro forzato aperti in tutto il Paese. A questo scenario, di per sé tragico, si aggiunse lo spettro della fame e della carestia che tra il 1958 e il 1962 devastò la Repubblica Popolare Cinese come conseguenza del “Grande Balzo in Avanti”voluto da Mao per riconquistare il pieno controllo del Partito Comunista. Di fronte a questo drammatico stato di cose il Panchen Lama, la seconda autorità religiosa tibetana dopo il Dalai Lama, che era rimasto in Tibet nella speranza di poter svolgere un ruolo di mediazione tra il suo popolo e le autorità cinesi, scrisse a Mao una lunga lettera in cui criticava severamente l’operato cinese in Tibet e chiedeva un immediato cambiamento di rotta. La risposta di Pechino non si fece attendere. Il Panchen Lama fu immediatamente arrestato, processato e sottoposto a thamzing insieme al suo tutore e ai suoi più stretti collaboratori. Nessuna umiliazione venne risparmiata al Panchen Lama che, dopo il processo, sparì nelle carceri cinesi da cui poté riemergere solo nel 1978. A completare l’opera di annientamento della cultura tibetana arrivò, nel 1967, la Rivoluzione Culturale con il suo tragico corollario di violenze, distruzioni e deliri. Gruppi di giovani fanatici ed esaltati sciamarono sul Tetto del Mondo attaccando e fracassando ogni simbolo della “vecchia”cultura del Tibet. Di quasi seimila monasteri e tempi se ne salvarono solamente tredici, tra cui il Potala a Lhasa, il Kum Bum a Gyantse, il monastero di Tashilumpo. Accecate da un furore iconoclasta allucinato e allucinante le Guardie Rosse distrussero statue, dipinti, affreschi, edifici antichi di centinaia e a volte migliaia di anni producendo una ferita irreparabile alla civiltà tibetana. Ovviamente la furia dei giovani maoisti non si limitò alle cose ma prese di mira anche le persone: i tibetani passarono attraverso un inferno difficile a descrivere con le parole. Il monaco tibetano Geshe Jampel Senge, attivista politico e tenace sostenitore della causa tibetana, così racconta, in un suo articolo del 2004, la follia di quegli anni: “Per crearsi un alibi e invadere il Tibet, i cinesi demonizzarono lo stile di vita dei tibetani e la loro cultura, definendola arretrata e oscura. Non si diedero la pena di verificare se quest’affermazione fosse vera o falsa: la usarono semplicemente come pretesto per ingrandire i propri confini, inventando, a legittimazione dell’occupazione del Tibet, uno slogan propagandistico tristemente ancora attuale. Dipinsero i monaci e le monache come parassiti che succhiavano il sangue della gente comune e definirono i Tulku (i reincarnati riconosciuti, secondo la tradizione buddista -ndt) ladri che privavano gli innocenti tibetani dei loro mezzi di sussistenza”. Puntualmente, anche oggi i loro testi riportano la solita vecchia frase: “Il Tibet era una società feudale di servi retta da una teocrazia, una società più buia e arretrata di quelle dell’Europa medioevale”. Per lisciare le penne arruffate dell’occidente, i cinesi definirono quindi il Tibet un paese buio ed arretrato, facendo sembrare la conquista del paese un’azione benevola compiuta per aiutare i tibetani. In realtà, con l’invasione cinese ebbe inizio l’era più oscura della nostra storia, vecchia di oltre tremila anni: i tibetani furono ridotti a cibarsi di carne umana e a cercare chicchi di grano non digeriti tra le feci dei coloni cinesi e dei soldati dell’Esercito di Liberazione. I bambini furono costretti ad assistere all’uccisione dei loro genitori, accusati, secondo la terminologia cinese, di essere “reazionari”. Allo scopo di umiliarli e ridicolizzare le loro credenze, considerate superstizioni, i monaci e le monache furono obbligati a unirsi sessualmente in pubblico. A seguito delle continue vessazioni, intere famiglie si tolsero la vita gettandosi nei fiumi o dalle cime dei tetti. I Lama furono uccisi a colpi di pistola, a sangue freddo e, in vero stile nazista, seppelliti in buche fatte loro scavare in precedenza. La lista delle atrocità premeditate non ha fine e gli atti di brutalità continuano anche ai nostri giorni, dopo più di mezzo secolo. Questa è la cosiddetta “liberazione”imposta ai tibetani i quali, nonostante le insidie del percorso e la costante paura d’essere catturati sia da poliziotti di frontiera cinesi sia da nepalesi di poco scrupolo che, per danaro, hanno venduto la loro anima a Pechino, ogni anno lasciano in gran numero la loro amata terra e fuggono nei paesi vicini, quali l’India. Gli aspetti peggiori del comunismo, quelli che hanno minacciato il mondo civilizzato, si sono ovunque attenuati. Ma non in Tibet, dove i cinesi stanno cancellando un’antica civiltà non-violenta e un’intera razza desiderosa di vivere in pace e armonia con il resto del mondo. Con la loro follia e arroganza imperialista, gli invasori hanno di fatto distrutto i grandi e antichi monasteri, cuore della vita tibetana. Hanno demolito e saccheggiato i sacri templi che il nostro popolo aveva venerato per secoli. Hanno raso al suolo più di seimila tra monasteri e biblioteche che custodivano l’inestimabile eredità culturale e religiosa del paese. Quanti tentarono di opporsi a questo inutile saccheggio furono bollati come “reazionari” e assassinati, le loro teste appese ad alberi e pali per intimorire i compatrioti. I famigliari dell’ucciso furono costretti a danzare attorno ai cadaveri per “gioire dell’eliminazione dei reazionari”. Le conseguenze di questa politica furono devastanti: 1. 200. 000 tibetani, un sesto dell’intera popolazione, furono uccisi con metodi paragonabili a quelli usati dai nazisti nei confronti degli ebrei oppure semplicemente scomparvero, dopo che qualcuno, nel cuore della notte, aveva bussato alle loro porte, così come avveniva nella Russia stalinista. La popolazione del Tibet fu decimata e ridotta a procacciarsi il cibo come fanno le bestie, a nutrirsi d’erba, di lucertole, delle suole di vecchie scarpe di cuoio, a raccogliere e masticare ossa, alla maniera dei cani. Questo è il genere di racconti che spesso ascoltiamo dai tibetani fuggiti dal Tibet, inclusi coloro che hanno trascorso la maggior parte della loro vita in prigione, in condizioni terribili, paragonabili a quelle esistenti nei gulag al tempo del Soviet comunista. Ai nostri giorni, in aperta violazione dei più elementari diritti umani, in Tibet il diritto alla libertà di parola continua ad essere sistematicamente violato. Nelle carceri, i prigionieri politici, colpevoli solo d’aver espresso in modo pacifico il loro diritto alla libertà, sono brutalmente torturati, a livello sia fisico sia psicologico. Il solo possesso di una fotografia del Dalai Lama è considerato un’attività politica sovversiva e come tale punibile con la detenzione. La pratica del credo religioso è fortemente ostacolata e i religiosi, monaci e monache, sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito Comunista. Questo accanimento contro la religione e i monasteri ha una ragione politica ben precisa: essendo la pratica del buddismo uno degli aspetti principali della cultura del Tibet, gli occupanti temono che attorno ad essa si possa cementare il sentimento di unità nazionale dei suoi abitanti. Il problema religioso diventa quindi un problema politico e le istituzioni religiose sono considerate centri di ribellione da tenere sotto stretto controllo o da sopprimere. Nonostante le continue vessazioni e i soprusi, in Tibet la resistenza continua. Ne sono testimonianza le centinaia di migliaia di eroi tibetani che hanno sacrificato la loro vita, e continuano a metterla a repentaglio, per difendere in modo pacifico il diritto alla libertà e a decidere del proprio futuro. Sono donne e uomini coraggiosi che sfidano apertamente un tiranno impietoso che non esita a imprigionare, torturare e, talvolta, a condannare a morte chi si rende colpevole di affiggere un manifesto, sventolare una bandiera o possedere una fotografia del Dalai Lama. Tra i tanti, ricordiamo l’artista Ngawang Choephel, la monaca Ngawang Sangdrol e le sue compagne di cella nella prigione di Drapchi, il venerabile lama Palden GyatsoTenzin Delek RinpocheChadrel Rinpoche, fino ai due giovanissimi tibetani trucidati barbaramente dalla polizia di frontiera cinese il 30 settembre 2006, al Passo Nangpa, mentre cercavano la via dell’esilio. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo. Assieme a loro, non possiamo dimenticare Gedhun Choekyi Nyima, l’XI Panchen Lama, rapito dai cinesi nel 1995, all’età di soli sei anni. Da allora non si sono più avute sue notizie. Purtroppo, né il sacrificio di tanti eroi, né l’infaticabile ricerca di dialogo del Dalai Lama con le autorità cinesi hanno finora scalfito la protervia di Pechino. Cresce, all’interno del Tibet e nella diaspora, il senso di frustrazione e il desiderio di partecipazione diretta alla lotta di liberazione del paese, sempre più devastato dal processo di colonizzazione in atto. Di fronte allo strapotere geopolitico, economico e militare della Cina, insignita dell’onore di ospitare i Giochi Olimpici del 2008 a dispetto delle palesi violazioni dei diritti umani di cui si macchia, il confronto appare assolutamente impari. Ciononostante, i tibetani non sono disposti a piegarsi ai soprusi e alla violenza. Certi del fatto che un giorno la verità storica e la giustizia finiranno col prevalere, non temono di battersi, in modo pacifico, contro un avversario tanto più potente. A quasi cinquant’anni dalla sollevazione di Lhasa, il loro motto è ancora “Libertà e indipendenza”.

Comunità Tibetana in Italia
Associazione Italia-Tibet

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