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La forza della tradizione contro repressione e globalizzazione. di F.Bellan

La forza della tradizione contro repressione e globalizzazione

Venerdì scorso, il primo venerdi’ di preghiera nella basilica di Santa Sofia, ad Istanbul, dopo che è divenuta una moschea. L’imam Ali Erbas, ministro degli Affari religiosi in Turchia, è salito sulle scale del pulpito impugnando una spada ottomana. Un gesto di sfida verso il mondo cristiano, così è stato interpretato il suo gesto

Ai giornalisti che gli hanno chiesto spiegazioni, l’imam ha risposto che la spada ottomana è “una tradizione nelle moschee che sono il simbolo della conquista e Hagia Sophia (Santa Sofia) è un simbolo di conquista”. Un’azione che non è accaduta per caso, altamente simbolica è che soddisfa l’aspirazione neo-ottomana di Erdogan, il presidente turco che ha voluto la conversione in moschea di Santa Sofia.

Intanto in Grecia, la risposta non sì è fatta attendere, con manifestazioni di protesta contro la Turchia, anche con l’incendio del vessillo turco. Mentre, in precedenza, da Mosca si era levata la voce di protesta del Patriarca ortodosso. 

Questo accade mentre anche in Montenegro il cristianesimo ortodosso è da tempo sotto attacco dallo stato che ne vuole ridimensionare, ridurre, il consenso con la distruzione di luoghi di culto e gli arresti dei sacerdoti alla guida delle mobilitazioni di protesta. Mobilitazioni di massa, sotto qualsiasi genere d’intemperie si stanno protraendo nel tempo. La forza della fede di un popolo sembra non essere scalfita dai tentativi di repressione dello stato: le immagini dei sacerdoti arrestati, in preghiera all’interno di una stazione di polizia, rendono perfettamente l’idea di cosa significa la fede, che si tratti di una religione o di un ideale, è lo stesso, ed il paragone con questo vuoto modo di vivere che vediamo tutti i giorni in Italia viene automaticamente. 

Infine nella regione del Kosovo, in cui è stato creato artificialmente uno stato islamico da lobbies e poteri forti, con l’utilizzo della Nato come forza militare, continuano le profanazioni di chiese e cimiteri serbo-ortodossi. Così come continuano le minacce, gli arresti e le vessazioni nei confronti della popolazione serba: i cui bambini si ritrovano a giocare all’interno dei monasteri per essere al sicuro in certe zone.

Una regione che è storicamente parte della Serbia sulla quale è stato costruito uno stato islamico i cui vertici istituzionali sono stati recentemente accusati di crimini di guerra. Uno stato dove hanno prosperato, e magari succede ancora, traffici di droga e di organi, uno stato i cui ” profughi ” o “rifugiati”, in Italia, spesso si dedicano ai business della droga e della prostituzione, a proposito da cosa scappano se la guerra è finita da una ventina d’anni, non si sa, quindi non si capisce nemmeno per quale motivo debbano ottenere status particolari: ma senza divagare in altre situazioni, quel che appare chiaro è che la popolazione serba comunque rimane al suo posto è non abbandona la propria terra, nonostante tutto. Tantomeno viene abbandonata dalla Serbia. 

Quanta differenza con la società in cui viviamo in Italia, dove quel che conta è principalmente l’egoismo, dove un popolo è stato trasformato in una massa di consumatori, dove per protestare contro l’arroganza della casta istituzionale e le ingiustizie di un sistema che ci vuole tutti addomesticati, ci si abbandona ad ululare nella rete virtuale dei social network. 

Questa sarebbe libertà? Questa è la libertà della ” società civile “, la libertà di essere come dicono e vogliono loro, tutti uguali, privi di valori e privi di idee, massificati in quella ” società aperta ” di cui stiamo già vedendo gli effetti giorno dopo giorno.

Giustizia sociale e identità nazionale, la forza dei valori e della tradizione per ricominciare per creare un’opposizione alle regole imposte dal villaggio globale, dalle lobbies e dai poteri forti. 

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