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L’EX “BALKAN” DEVE RESTARE ALL’UNIVERSITA’ DI TRIESTE! di F.Bellan

il 13 luglio alla presenza dei presidenti di Italia e Slovenia avverrà l’osceno scambio, un intero palazzo regalato alla minoranza slovena in cambio di una corona presso la Foiba di Basovizza (forse), il tutto avverrà con la calata sulla agognata città di migliaia di sloveni che giustamente festeggeranno l’ennesimo cedimento alla loro narrazione della storia e con uno spreco di denaro pubblico ed un complicato giro di proprietà immobili in cui il Comune di Trieste cederebbe in uso gratuito un grande stabile nel Parco dell’ex Ospedale psichiatrico, il Gregoretti II, senza incassare una lira, all’Università degli Studi che a sua volta abbandonerebbe lo stabile dell’ex Balkan di via Filzi 14, appositamente restaurato per ospitare i costosi attrezzature e strumenti costati molti milioni di euro. Altri milioni sarebbero necessari per la ristrutturazione della sede della Scuola Superiore per Traduttori ed Interpreti. L’Università di Trieste avrebbe in cambio la proprietà dell’ex Ospedale militare di via Fabio Severo che aveva già in uso gratuito.
Il Ministero degli Interni italiano ha volutamente dimenticato che i terroristi del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni oltre ad aver ucciso quattro italiani, ferirono anche il suo Commissario di Pubblica Sicurezza che proteggeva il Balkan dalle proteste degli inermi cittadini di Trieste che manifestavano il 13 luglio 1920 contro l’uccisione a Spalato, avvenuta un giorno prima, del comandante Tommaso Gulli e del motorista Aldo Rossi della regia Nave Puglia. Inoltre, a Trieste quel giorno veniva ucciso in Piazza Unità il diciassettenne Giovanni Nini e ferito a morte sotto il Balkan il tenente Luigi Casciana. Venivano, inoltre, feriti un altra ventina di persone, tra le quali non vi era presente alcuno della striminzita organizzazione di reduci della Guerra 1915-’18, denominata Fasci di Combattimento, cosa ben diversa dal Partito Nazionale Fascista, che sarà fondato solo un paio d’anni dopo.
Nella circolare del Ministero degli Interni, l’incendio del Balkan viene attribuito ai fascisti, in contrasto con le risultanze delle indagini svolte dallo stesso Ministero, durante il Governo Nitti (formato dal Partito di estrema sinistra, dal Partito popolare, futuro Dc, dal Partito radicale e dal Partito liberale, che diventeranno partiti antifascisti dopo la nascita del Pnf), nella quale si affermava che non era stato possibile individuare le cause ed i responsabili dell’incendio.
Oggi, confortati dall’esame delle numerose fotografie dell’epoca, possiamo realisticamente ipotizzare che l’incendio non sia dovuto ai dimostranti italiani, perché si vede chiaramente che le fiamme ed il fumo partono dal secondo piano dell’edificio, cioè dalle stanze occupate dalle organizzazioni terroristiche jugoslaviste Edinost e Narodni dom.
È molto probabile che, dopo aver sparato numerosi colpi di arma da fuoco e gettato bombe da quelle finestre, i terroristi, poi scappati dai tetti, abbiano bruciato documenti compromettenti e gli elenchi degli iscritti. Da quell’operazione è probabilmente scaturito l’incendio.
La seconda falsità è rappresentata dal fatto che lo stabile di via Filzi era denominato al tempo “Hotel Balkan” che occupava il pianoterra con un grande ristorante, il primo piano con la caffetteria ed altri servizi dell’Hotel, il piano terzo e quarto erano adibiti a stanze dell’albergo, mentre il sottotetto era destinato alle stanze degli addetti all’Hotel. È incontrovertibile il fatto che solo una parte del secondo piano ospitava, in affitto o uso gratuito, un paio di stanze occupate dal Narodni dom e qualche stanza in più all’organizzazione Edinost ed alla redazione dell’omonimo giornale, nonché ad altre attività economiche degli slavi dell’intero Impero.
Vero è che in tutti i libri e documenti del tempo si parla sempre e solo dell’incendio del Balkan, ma il Ministero ha ritenuto di cambiare questa denominazione per fingere di “restituire” ai terroristi sloveni un immobile che era, per volontà dell’Impero austro-ungarico, un centro panslavo finanziato prevalentemente da Boemi, ora Cechi, da Slovacchi, da Croati dello Zagorje e della Slavonia, da Serbi delle Krajine e dai Dalmatini, cioè da quella parte delle popolazioni slave della Dalmazia. Nei primi dieci anni del Novecento, a causa dell’immigrazione da ogni parte dell’impero, la comunità slava (sloveni, croati, cechi) di Trieste era più che raddoppiata, passando da 25.000 a 57.000 abitanti nel comune (dal 15% al 25%) e da 6.500 a 22.000 nella città (dal 5% al 13%), nel contempo decine di migliaia di italiani venivano espulsi in ottemperanza all’ordine impriale firmato da Francesco Giuseppe ed esplicitato verbale del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866: «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli
impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud,
in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle
circostanze, con energia e senza riguardo alcuno»
L’Italia democratica aveva già ampiamente risarcito i danni inferti agli sloveni, finanziando l’edificazione del Teatro Sloveno di via Petronio 4, nonostante la Slovenia non avesse mai risarcito gli italiani di Capodistria, Isola, Pirano e Caporetto per le istituzioni culturali sequestrate e per le case di abitazione espropriate. PER TUTTI QUESTI MOTIVI CHIEDIAMO A PARTITI, ENTI ED ISTITUZIONI CHE NON SI RICONOSCONO IN QUESTA NARRAZIONE CHE SI MOBILITINO PER RIPRISTINARE L’ONORE DELLA NAZIONE E LA VERITA’ STORICA, CONTINUARE A FOMENTARE L’ODIO VERSO L’ITALIA E GLI ITALIANI NON E’ RICONCILIAZIONE.
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