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NON E’ TIK TOK, E’ L’UMANITA’ IL PROBLEMA.Di F.Marino

Quest’anno saranno vent’anni che “lavoro con Internet” e puntuale mi viene rivolta la domanda sull’effettiva sicurezza della Rete. Ed era inevitabile che dopo l’ennesimo fatto di cronaca avvenuto su un social, qualcuno mi ponesse la domanda: “Ma la rete è sicura?”.
Così dopo la storia della bambina che si ammazza in diretta TikTok, verrebbe spontaneo chiedersi: “Tik Tok è di proprietà di Satana?”.
La prima cosa da chiarire è che “virtuale” e “reale” non esistono. La separazione tra questi due concetti è un retaggio di una fase storica in cui Internet non c’era e si è convinta la gente che quando si va in Rete si incontra qualcosa di simile ad un androide, un individuo mezzo uomo mezzo computer e che quando ci si innamora di qualcuno conosciuto in chat, allora l’amore è “virtuale”.
Sono ovviamente d’accordo sul fatto che un conto sono le emozioni che nascono in chat, altro sono quelle che si verificano dal vivo. Chiunque abbia conosciuto qualcuno in chat ha almeno una volta fatto l’esperienza con una persona che mentre in Rete suscitava le emozioni più incredibili, dal vivo si sia rivelata un totale flop. E questo non soltanto dal punto di vista sentimentalsessuale ma anche semplicemente amicale.
Ciò non toglie tuttavia il fulcro della questione essenziale che se non dovessimo difendere l’ennesimo social network caduto nell’ennesima shitstorm – e solo per motivi puramente geopolitici, la morte della bambina è solo uno squallido pretesto – sarebbe persino ovvia: in rete ci sono le stesse persone che frequentano la cosiddetta “vita reale” come i cazzologi della rete amano rappresentare per distinguerla dalla “vita virtuale”, regno del falso.
Essendo vita vera, accade che le persone in rete fanno quello che fanno anche le persone dal vivo: mentono, truffano, dissimulano, cercano di presentarsi per quello che vorrebbero far credere e non per quello che in realtà sono. Ma capita anche che queste persone scopino per poi lasciare incustoditi i figli davanti ad uno schermo assurto a robotico baby-sitter.
Soltanto che semplicemente la Rete conserva le tracce di ciò che avviene e dunque regala una notorietà potenzialmente planetaria a chiunque, con i rischi che conosciamo. E che talvolta scadono nella tragedia, come quella tutta italiana della povera Tiziana Cantone. Vicenda dove nessuno si è scomodato a sollevare il ruolo di Facebook, per un’ovvia ragione. Tik Tok è cinese e Facebook è americano.
Peraltro, anche solo pensare che un social network sia colpevole del suicidio di una persona, di bullismo, di odio, significa criminalizzare le strade e le piazze se capita che qualcuno si spari in testa davanti a tutti. Ovviamente, non ha il minimo senso.
Qualche anno fa (2013-2014) ci fu la moda di Ask.fm, una bolla di breve durata ma nella quale erano iscritti tutti gli adolescenti di quel periodo. Accadde che una ragazzina dopo aver ricevuto degli insulti in rete si suicidò e anche allora quel social fu accusato di essere responsabile della cosa. Nessuno che si sia posto la seguente domanda: “Ma invece di accusare Ask di istigazione al suicidio, vogliamo porre il dubbio che quella ragazzina si sia suicidata per colpa di emeriti pezzi di merda?”.
Ma nessuno ha interesse di porsi questa domanda perchè mentre un social network può essere facilmente bloccato, nessuno può mettere sotto accusa quella culla di emerita inciviltà che è la scuola oggi, sia al suo interno che nel suo indotto.
Quando Tiziana Cantone si è suicidata, nessuno si è posto il dubbio che più di Facebook, la colpa sia non soltanto del pezzo di merda che ha pubblicato il suo video ma anche dei tanti che ancora oggi discriminano una donna perchè sessualmente disinibita.
Nessuno si pone davvero il problema che, più dei social network, a fare schifo siano le persone. Nessuno si chiede se la bambina che si ammazza su Tik Tok sia un fallimento educativo più che il fallimento di Tik Tok.

E non se lo pone per una semplice ragione: i social non costruiscono. Mostrano, spiegano, raccontano, quanto schifo c’è nell’umanità di oggi.
Signori della politica e della scuola, è giunto il momento che prendiate atto di una cosa. Avete fallito. I social network non sono nè il Bene nè il Male. Sono il termometro. Se il termometro segna 39 di febbre, potete anche scassare il termometro e intofarvi di tachipirina. Siete malati.
I social network dicono che l’umanità, questa autocelebrante massa di individui che si sentono superiori agli animali, dopotutto non sono migliori del leone che salta addosso alla gazzella. Dicono che c’è un capitale di rabbia, di angoscia, di frustrazione, pronto per essere investito. Dicono che ci sono genitori per i quali diventare padri e madri è solo una scopata prodromica di nove mesi di gestazione dopo i quali le cure parentali sono funzionali solo alla narcisistica esibizione di una genitorialità meramente cosmetica. E che tutto ciò rientra perfettamente nella natura umana. Nasconderlo significa semplicemente voler nascondere che ci sono predatori e prede, capibranco e gregari.
I social network sono come documentari. E prendersela con Quark non ha molto senso. Non è bandendola dalle reti nazionali che il leone avrà maggiore rispetto della gazzella.

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