Quel decreto non è una cosa seria

Confesso una mia pecca: non ho mai studiato il Concordato (e le sue modifiche) né l’ho mai letto perché l’ho dato pigramente come acquisito e immutabile!!
Presumo che, all’atto della firma del patto, convenimmo che noi italiani non solo lasciavamo alla Chiesa un territorio per farne uno Stato ma gli lasciavamo un patrimonio di immobili (Chiese e altri) e opere d’arte che al mondo non ce n’è di uguali.
Ciò detto, leggo che il Vaticano, tramite il Papa, quasi ogni domenica lancia un “discorso alla Nazione”, la nostra Nazione (!) perché alle altre Nazioni il Papa non mostra molta attenzione.
L’ultima era un’attenzione “fiscale” invitandoci al pagare le tasse, a noi cittadini italiani.
Se contemporaneamente il Papa avesse lanciato un monito al cattolicissimo Sud America affinché gli Stati di colà ritornassero nella legalità, l’avrei capito!
Ma il Papa ce l’ha solo con noi italiani, figli “carissimi” della Chiesa Cattolica.
E allora mi viene in mente che, poiché il Papa non paga tributi allo Stato italiano (cfr. post di Michele Letizia o di Maria Girasole) si potrebbe convenire che in cambio delle tasse non pagate, il Vaticano potrebbe “restituirci” le opere d’arte che sono rimaste in suo possesso, forse trascurate durante la redazione del Concordato, con Mussolini che aveva fretta di “stipulare” e portare a casa un risultato grandioso dal punto di vista politico!!!
Ovviamente c’è da fare una attenta valutazione del valore dell’opera d’arte!!
(A cominciare dalla “Pietà di Michelangelo”…….!!!)
Una commissione internazionale di esperti nominata sull’accordo dei due Stati??
Insomma, quantomeno iniziamo a discuterne!!
(Poi c’è il problema delle Chiese abbandonate e chiuse a causa della mancanza di parroci e di fedeli sempre in diminuzione!)
sen. ETTORE BUCCIERO
[09:48, 21/10/2020] Roy Merlo: Quel decreto non è una cosa seria

No, non è una cosa seria, l’ennesimo dpcm del Prestigiatore Conte. Non risponde a nessuna strategia, nessuna terapia. Non serve a niente. E scarica la faccia feroce sulle Regioni e sui Comuni. Sono misure prese a orecchio, d’occasione, e si capisce lontano un miglio che sono provvedimenti di natura settimanale, non arrivano ai Morti, muoiono prima. Altri show e altre tavole dei comandamenti saranno in onda a breve; tanto vale istituire un programma, che so, Di lunedì, per fregare Floris, e sapere che ogni lunedì, come promette chi si mette a dieta, ci spariamo un bel decreto, e ci tocca di patire la predica del prestigiatore. Si capisce che sono provvedimenti non mirati al fatto, ma sono espedienti di avvocaticchi azzeccagarbugli; ritoccano un orario, un comma, una glossa, mimano una norma, fanno il verso a un rimedio. Agiscono ai bordi, non nel campo.

Sui trasporti, che oggi è il punto di maggiore vulnerabilità, zero interventi se non raccomandazioni alle regioni e ai loro governatori di mettersi agli incroci con la divisa da vigile per “modulare il traffico” in modo da evitare il sovraffollamento. Pilatesca pure l’idea di scaricare sui sindaci la chiusura di qualche strada o qualche piazza. Fate voi. Sulla scuola solo fumo, nessun provvedimento concreto, solo un tiriamo a campare per vedere di nascosto l’effetto che fa. Anche sullo smart working c’è una generica esortazione all’incremento ma senza stabilire piani, norme, quote. Sullo sport niente di nuovo e di specifico, se non l’invito grottesco a trasformare sport collettivi in attività individuali. Dal calcetto al calciuno, si gioca da soli. Sui bar e ristoranti poi si crede che il virus attacchi solo dopo le 24, riducendo un paese alla scarpetta di Cenerentola: ed è ridicolo pensare che in una sala dove ci sono tante persone, l’accortezza prescritta è di avere tavoli massimo da sei e poi magari alle tue spalle ce ne sono altri sei che fiatano e mangiano…

Insomma il decreto risponde a un criterio sanitario, a una logica, a una profilassi? Macché, è una pura simulazione di intervento, far vedere che facciamo qualcosa, mimare divieti, inscenando un’ennesima pagliacciata.

Ma quel che è francamente insopportabile è il sottinteso del dpcm che rimanda la palla al destinatario e dice ai cittadini: vediamo come vi comportate. Se il provvedimento sarà inefficace, come è facile prevedere, la colpa sarà della gente che non lo ha osservato. Il sottinteso non è, vediamo se funziona, ma vediamo se fate i bravi. Criterio etico, pedagogico, non sanitario. A essere giudicata non sarà la norma ma il popolo che dovrà osservarla: se inefficace è solo colpa vostra. E si sa già in partenza che questi provvedimenti palliativi non freneranno alcunché.

Ma tutta l’azione del governo e la rappresentazione dei media è proiettata sul tema etico, scaricando la colpa su coloro che vengono chiamati, per criminalizzarli, addirittura negazionisti, per imparentarli a chi nega l’olocausto e dunque ritenerli privi di umanità e passibili di condanne gravi. Li accusano di essere complottisti, ideologici, dietrologi; ma voi state paragonando chi non vuol mettere la mascherina a chi nega i campi di sterminio…

La colpa di tutto questo non è di chi ha fatto propagare il virus o allertare con ritardo il mondo – dico i cinesi – o di chi dopo otto mesi non ha attrezzato il paese e la sanità di strumenti adeguati; no, la colpa è di qualche battuta o foto di Trump, Johnson o Bolsonaro, e da noi di Briatore, Sgarbi o Salvini. Le cantonate non sono dei commissari speciali o delle task farse, delle protezioni civili o degli organismi sanitari, ma la colpa è di Enrico Montesano. Acchiappatelo, Monteinsano, sparge virus e fa l’apologia del covid…

Ma si dispone qualcosa in termini di controllo sanitario, di vigilanza medica, di esami e tamponi? Si è fatto qualcosa per colmare l’abisso che c’è tra la casa e l’ospedale, ossia l’assenza di una fascia intermedia, la mancanza di un’efficace presenza medica e infermieristica sul territorio, la carenza di interventi e cure a domicilio, neanche per telefono? Macché, zero: abbandonato in casa o inguaiato in ospedale.

Torniamo al punto di partenza e a quello che si ripete ormai in tutti i campi a proposito di tutto: “manca la visione” (gli unici a dirlo con dati alla mano sono i proprietari delle sale cinematografiche, prive di spettatori). Si, manca una strategia generale, un criterio di fondo per affrontare il virus. Per semplificare, sono possibili due linee principali, con ulteriori aggiustamenti considerando specifici casi e singole realtà: la linea drastica che dice, non possiamo più aspettare, ci vuole una stretta netta e allora si ha il coraggio di mettere un vero coprifuoco, magari dalle 22, di raccomandare di restare a casa e ben riguardati tutte le categorie a rischio; di affittare bus dai privati per raddoppiare le corse nelle ore di punta e dimezzare il numero dei viaggiatori per ogni veicolo; di chiudere dove è possibile, spostare nello smart working tutto il possibile, tracciare alcune zone rosse da cui non si può uscire né si può entrare.

Oppure, al contrario, si accetta con serietà e cognizione di causa, il rischio del contagio, si ridimensionano gli allarmi e si comparano dati, si distinguono tra i positivi asintomatici, gli ammalati e i ricoverati, si consiglia a tutti il distanziamento e la protezione, ma non si chiude il paese, non si ferma la produzione, i servizi. È un’assunzione seria di responsabilità anche questa, che in Svezia, ad esempio, è andata bene, o comunque non peggio degli altri paesi che hanno osservato il lockdown. Ma queste due linee indicate sono all’insegna della serietà. Da noi invece prevale il raggiro, l’accomodamento caso per caso, ora per ora; il resto è fumo, avanspettacolo, cabaret sul virus. Il dpcm di Conte è come ‘a mossa di Ninì Tirabusciò.
MARCELLO VENEZIANI

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