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“Ricominciamo da Valle Giulia” leggo sulla portata del blog. di Adinolfi

Certo, bei tempi. C’è qualche differenza però: mancano i soggetti politici di allora, tutti; la
società si è trasformata in un parcheggio di zombies; non esistono entusiasmi o scalate al
cielo, al massimo c’è insofferenza e disturbo psichico da parte di gente dai nervi fragili.
Con questo non voglio fare il guastafeste: il processo di destrutturazione e di
addomesticamento produrrà presto solitudini e, nella solitudine, sarà concesso conoscere
se stessi e diventare ciò che si è, a patto di esserlo. Oltre il guado approderemo alla
possibilità di una nuova nobiltà nicciana.
Così è oggi fondamentale attraversare il deserto che cresce senza recare in sé deserti.
Ci aiutano i miti, e anche i ricordi.
È trascorso oltre mezzo secolo da allora, e io avevo quattordici anni. Tre anni più tardi ebbi
un’esperienza di sei mesi in Avanguardia a via Arco della Ciambella a Roma.
A quei tempi la parola “Avanguardia” faceva tremare i polsi agli avversari. Quando noi
studenti romani sfilammo nell’università per protestare contro la repressione in Polonia,
dalla facoltà occupata di Igiene i compagni uscirono di sorpresa per attaccarci, proprio
mentre transitavo io. Ma videro la bandiera con la Runa e si richiusero precipitosamente
urlando: “Indietro, c’è Avanguardia!”
Più o meno in quei giorni un commando di Potere Operaio attaccò la sede sparando sul
portone. La reazione fu comica: gli attentatori se la diedero a gambe perché i camerati
uscirono subito e li inseguirono a mani nude. Il capo del commando – che poi sarebbe
stato coinvolto nelle indagini di Primavalle – correva come un pazzo, con la pistola in
mano, gridando ai passanti “aiuto, i fascisti!”.
Quando nel 1971 ero a via Arco della Ciambella, due avanguardisti si fecero rimproverare
per avere rischiato inutilmente. Erano entrati in due nella facoltà di Lettere occupata e
avevano scritto sulla parete “Avanguardia Nazionale colpisce quando e dove vuole”.
Nessuno osò reagire.
Tonino Fiore qualche anno dopo ebbe a dire di noi di Terza Posizione “quei ragazzi hanno
qualcosa della mia tempra”. D’altra parte molto lo si dové a Peppe Dimitri.
Tempra è la parola giusta, ma non è solo questione di coraggio o di muscoli, è poesia.
Non scrivo infatti tutto questo per compiacimento da guerrieri della notte, ma per ricordare
quello spirito scanzonato, allegro, vitale, vincente in sé, di cui oggi si può avere al
massimo qualche percezione o qualche riminiscenza. Eppure è proprio da quello spirito
che si deve partire per non essere ombre che vagano in mezzo alle tante ombre che si
spengono, tutte uguali a prescindere dai colori delle mascherine.

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