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RICORDARE di Barbara Spadini

Il ricordo e la memoria sono i due principali strumenti dello
storico, quelli che servono a far luce sugli eventi del passato.
L’onestà intellettuale e la visione lungimirante, sono gli
strumenti ulteriori, che permettono alla storico di poter analizzare
l’oggi ed il domani, mai slegati da ieri.
Questa premessa serve ad introdurre ciò che mi sta a cuore, tanto a
cuore.
13 febbraio 1946, all’alba: un plotone
d’esecuzione partigiano, dopo processo iniquo con una sentenza di
morte dettata dall’odio, metteva fine alla vita del non ancora
cinquantenne Maggiore G.N.R. Ferruccio Spadini, nella vita privata
professore di lettere al liceo classico “Arici” di Brescia, padre
di cinque figli, Ardito d’Italia, pluridecorato della Grande Guerra,
veterano della Campagne di Grecia e d’Albania, aderente alla
Repubblica Sociale Italiana per conservare a se stesso ed alla sua
famiglia l’Onore di sentirsi italiani.
Mantovano di nascita, trasferitosi a Brescia dal 1922, fu persona
retta ed onesta, patriota, umanista, soldato sempre e sempre
volontario.
Con ulteriore processo postumo, voluto fortemente dalla sua famiglia
per riabilitarne la memoria scempiata nell’onore e nei beni, la
Repubblica Italiana attraverso un suo libero tribunale sanciva
l’estraneità ai fatti addebitatigli e con sentenza di Cassazione 23
aprile 1960 ne stabiliva l’innocenza.
Ricordare mio nonno significherà sempre per me ricordare tutti i
Caduti per l’Onore e per la Patria della Repubblica Sociale Italiana
che sono tutti miei nonni, coloro che seppero distinguersi per
dignità e per coerenza tra i tanti che scappavano, svaligiavano, si
trasformavano, si mascheravano e si riproponevano in altre forme
ipocrite.
Questi soldati, dal più giovane all’ultimo dei vecchi veterani ,
dal più umile al più alto graduato, hanno dato una prova di saldezza
d’animo e di profondità di valori che , secondo me, va oltre i
limiti della consapevolezza, oltre l’eroismo, oltre il coraggio:
questi uomini sapevano che la loro sorte era segnata, che la disfatta
era dietro l’angolo, ma – ugualmente- rimasero tutti al loro
posto, quello dei soldati.
In molti, il cui destino non fu quello eroico della morte sul campo di
battaglia, ebbero in sorte la tortura, la violenza, la persecuzione
gratuita, l’odio dei vincitori, gli sputi della folla, le percosse,
l’internamento a Coltano o in altri campi, la fucilazione alla
schiena – forse la più insopportabile onta per un soldato, e questa
fu la sorte di mio nonno- e tutti l’implacabile giudizio di condanna
della storia posteriore , che condizionò a lungo la serenità dei
parenti, dei figli, delle vedove.
Ancora oggi questi nostri soldati, i miei nonni, restano nella
memoria di tanti di noi e sono fari, esempi, in molti casi Martiri.
Per tanti altri essi furono il male , l’assoluto male e potessero
di nuovo morire, li ucciderebbero ancora e ne oscurerebbero la memoria
sotto metri e metri di iniqui giudizi antistorici e pieni di becera
ideologia.
La miglior cosa: la Memoria, il ricordo, l’omaggio di ogni giorno.
La miglior cosa: non strumentalizzare le loro memorie in nome di
pacificazioni che in realtà sono solo tentativi di non affrontare il
passato con coscienza, onestà intellettuale e libertà di pensiero.
La miglior cosa: combattere con penna e documenti, scrivere, scrivere
tutto, fotografare, trascrivere, creare cultura attorno a loro, farli
conoscere ai giovani, diffonderne gli esempi, parlarne, celebrarli
ogni qual volta se ne presenti l’occasione, nei loro cimiteri e
accanto ai loro monumenti, con fiori, corone e il nostro esserci
fisico ed interiore.
A mio nonno e a tutti i Caduti della Repubblica Sociale Italiana, il
mio ricordo, il mio impegno,la mia battaglia d’ogni giorno.
Nobis.

«Tu non sei morto: ancora una volta sei innanzi a noi come sulle
balze del Grappa e sulle pietraie del Carso o fra le sabbie
dell’Africa o fra le impervie regioni albanesi, che videro il tuo
giovanile entusiasmo e il tuo animo generoso. Tu ci chiami e ci
attendi là dove tacciono gli odi e i rancori e dal Cielo infondi fede
e forza a chi ti chiama pregando»
(“ricordo” lasciato dalla moglie Guglielmina dopo l’avvenuta
fucilazione del Marito Maggiore Ferruccio Spadini per mano
partigiana!)

LA STORIA DI FERRUCCIO SPADINI
Nato a Mantova il 12 agosto 1895, Ferruccio – educato in una
famiglia borghese estremamente cattolica – la mamma Maria insegnante
e il padre Rienzo funzionario della Banca d’Italia- cresce
serenamente, studia, si dedica nel tempo libero alle attività
giovanili presso l’oratorio dei Gesuiti della chiesa di S. Teresa a
Mantova.
La famiglia subisce un grave lutto con la morte di Giulio, in tenera
età, per malattia. Il ricordo e l’affetto verso il fratellino
defunto è per Ferruccio un atto di fede e tanto più lo diventa
durante la prima guerra mondiale, quando egli stesso racconta ai
familiari che, nel corso di un’azione, improvvisamente l’immagine
di Giulietto, quasi un angelo custode, con le mani tese in segno di
fermarsi, lo salva dallo scoppio di una mina e dalla morte certa.
Molto sportivo, Ferruccio si dedica alla palestra ed al gioco del
calcio, partecipando per due anni consecutivi al campionato italiano
di prima categoria. Il nome di Ferruccio Spadini è infatti ricorrente
nelle cronache calcistiche del tempo in qualità di “ veloce ala
sinistra” : si parla degli anni 1910-1914, quando la Mantovana del
presidente Michielotto e la Juventus di Reggiani tentano una fusione
(1914): i contatti e i primi accordi vengono purtroppo interrotti a
causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, motivo per cui quasi
tutti i giocatori del Mantova si arruolano volontari nell’esercito:
“ la prima squadra dell’A.M.C. non esiste più: tutti sono ora al
loro posto di combattimento (…) il veloce Spadini nell’Artiglieria
Treno”
Poco più che diciannovenne ed ancora studente universitario prende
parte al primo conflitto mondiale, arruolandosi volontariamente. Viene
assegnato al 23° Reggimento di fanteria e da comandante di plotone
raggiunge l’incarico di aiutante maggiore di battaglione. E’
decorato con la medaglia d’argento al valore militare col grado di
sottotenente di reggimento per un’ardita azione di combattimento sul
Monte Solarolo il 15 giugno del 1918, con una croce di guerra al
valore militare il 15 luglio 1918 ed una al merito di guerra per
azioni sul Piave il 13 agosto 1918. In questi anni ha modo di
conoscere e diventare ottimo amico di Gabriele D’Annunzio, che gli
dedica un’epigrafe significativa :“ A Ferruccio Spadini compagno
d’arme che per predestinazione eroica porta nel suo stesso nome
l’acciaio ed il ferro- Gabriele D’Annunzio, Fante del
Veliki,1916”.
Ritorna a Mantova alla fine della guerra e solo un mese dopo rimane
orfano di padre.
La famiglia, composta ora di tre figli, tra i quali una bimba nata
nel 1916, costringe la madre a riprendere l’insegnamento, mentre
Ferruccio resta nell’esercito per un anno e, congedatosi, entra nel
mondo del lavoro e termina contemporaneamente l’Università.
Laureato in Lettere, nel 1922 si sposa con Guglielmina – figlia di
un docente ginnasiale mantovano, Giovanni Varinelli, poi Preside a
Brescia e lì si stabilisce, dedicandosi all’insegnamento presso
l’Istituto dei Filippini della Pace ( doposcuola e scuole serali) e
presso l’Istituto “Cesare Arici” retto dai Gesuiti.
Dal loro matrimonio nascono cinque figli: Giuliana, Giovanni, Rienzo,
Giulio, Spartaco.
Questi sono anni duri per Ferruccio che si fa carico della propria
famiglia e di quella della moglie, rimasta, intanto, senza genitori e
con due sorelle minorenni da mantenere.
Il primo gennaio 1926 Ferruccio ebbe la tessera del Partito Fascista,
obbligatoria per gli insegnanti.
Soprannominato scherzosamente “ il prete”, poiché insegnava dai
Gesuiti, ha modo di diventare uno dei docenti più stimati, sia per le
qualità umane che professionali, per la riservatezza, l’umiltà e
la condotta di vita che non gli permettevano di accettare nemmeno il
più modesto dono dalle famiglie dei propri alunni, nonostante la
riconoscenza di tutti nei confronti di un professore che sapeva sempre
far ben figurare agli esami i propri scolari.
Dal 1929 chiamato a far parte della M.V.S.N. ( Milizia Volontaria
Sicurezza Nazionale), in quanto già ufficiale del Regio esercito, con
la nomina di Capo Manipolo istruisce e comanda un plotone con
incarichi di ordine pubblico sportivo, tra i quali anche la
sorveglianza ai campi durante le partite di calcio, un impegno
militare ma anche da appassionato, svolto prevalentemente alla
domenica.
Il 2 novembre 1932, nel corso della visita di Benito Mussolini a
Brescia, vi fu una contestazione al Duce da parte di alcuni militi al
suo comando, che prestavano servizio sotto l’arengario, nel cortile
del Broletto ( oggi Prefettura) ove cantarono un inno a favore di
Augusto Turati: “senza Turati la barca non va…”. Ferruccio viene
così deferito alla commissione del Partito fascista e punito con il
ritiro della tessera, la sospensione per un anno dall’insegnamento,
l’obbligo di presentarsi alle ore 15 ogni giorno dal Prefetto.
I quattro figli piccoli e l’arrivo dell’ultimo, sostenuti dal
solo suo lavoro, danno il dovere a Ferruccio di non scoraggiarsi e –
pur nell’avvilimento della pesante punizione- di tirare avanti con
traduzioni dal francese, lingua coltivata fin da piccolo. Solo dopo
poco più di un anno è riammesso al suo posto di lavoro, dando modo a
Guglielmina di poter completare gli studi universitari alla facoltà
di Matematica .
Allo scoppio della guerra Etiopica parte volontario e ottiene
nuovamente la tessera del partito, pur rimanendo Capo manipolo,
nonostante il grado di Capitano nell’esercito, della 114^ Legione
CC.NN. Qui guadagna una medaglia di bronzo al valore militare per
l’operazione militare all’Uork Amba ( 27 febbraio 1936) descritta
con tono appassionato nei suoi scritti pubblicati in “Eco di vita
collegiale”. E’ di questo periodo il conferimento del Cavalierato
nell’ordine equestre della Corona d’Italia per meriti di guerra.
Tornato all’insegnamento all’Arici, si rifiuta di partecipare
alla guerra di Spagna, considerata da Ferruccio una guerra di partito
e quindi politica, non per la sua Patria.
Del resto poco o nulla lo coinvolge la politica del tempo, dalla
quale sta in disparte, soprannominato per questo nell’ambiente
fascista “il ribelle”, a causa delle idee piuttosto inconsuete e
del suo non rinunciare mai ad esprimerle.
Partito volontario per la campagna d’Albania, Ferruccio torna
deluso, avendo avuto modo di verificare ingiustizie di vario tipo:
ufficiali al comando proposti per immeritate ricompense al valore,
viveri che partivano agli alti comandi, falsità che circolavano nelle
gerarchie più alte, per nascondere errori e responsabilità, scontati
poi da chi non c’entrava. Per questo motivo e per la possibilità
legale di ottenere il congedo in quanto capofamiglia di cinque figli,
cerca di riprendere la sua vita da civile, tornando
all’insegnamento.
Dopo circa sei mesi viene chiamato dal Comando per essere assegnato
ad una compagnia di mitraglieri in partenza per il fronte. In un primo
momento Ferruccio si oppone, ma l’appello dei superiori all’amore
di Patria, trova ancora una volta il suo “sì”, nonostante la
disperazione della moglie Gugliemina.
Inviato a Sesana e, dopo un mese di duro addestramento, a Lubiana,
col gradi di Centurione coordina una compagnia mitragliatrici pesanti,
incorporata nel 215° Btg. Squadristi “ Nizza”. Compie azioni
notevoli in Slovenia, riuscendo d’iniziativa a liberare
dall’accerchiamento tre battaglioni della divisione Isonzo, dopo
un’estenuante giornata di combattimenti e assalti all’arma bianca.
Per l’appartenenza al btg. Nizza dei Gruppi d’Azione nizzarda,
acquisisce il titolo di Garibaldino e Camicia Rossa. Sotto il comando
del Maggiore Tebaldi, squadrista e già questore di Bologna, si trova
-però – presto in conflitto con lui per carattere, ideali,
motivazioni.
Si fa rimpatriare, cosa che gli riesce a causa dell’esubero di
ufficiali e, dopo un breve periodo a Roma viene riammesso alla 15^
Legione Leonessa a Brescia, assegnato alla matricola e
all’addestramento sportivo dal console Baccoli, riuscendo in pochi
mesi a far conquistare alla propria Legione il secondo posto.
Poco prima del 25 luglio 1943, dopo l’appello del console a tutti
gli ufficiali, che li esorta a dare il massimo della propria opera ed
impegno per la vittoria della guerra, qualche ufficiale esterna le
proprie perplessità sul destino che attende l’Italia: Ferruccio
stesso, interrogato se credesse o meno in Mussolini, risponde di no e
di credere invece al fatto che il proprio dovere consistesse piuttosto
nel restare sempre e comunque al proprio posto. Per questo riceve un
solenne rimprovero davanti a tutti gli ufficiali, mostrando comunque
il coraggio d’esprimere le proprie libere opinioni.
Arrivato l’8 settembre con l’armistizio Ferruccio assiste – lo
si recepisce con chiarezza dalla lettura dei suoi due memoriali –
alla crisi dell’esercito, al disfacimento dei valori in cui credeva,
alla confusa reazione della gente.
Rifiutata con convinzione la nomina a questore di Cuneo per la
propria avversità alle cariche politiche, resta all’ufficio
reclutamento di Brescia fino al dicembre 1943, poi inviato al Castello
(Brescia) al comando di un battaglione con il quale egli spera di
poter in breve ripartire per il fronte, per assecondare la propria
predisposizione di attivo soldato all’ideale di difesa della Patria.
Inviato invece il 29 giugno 1944 a Breno, riceve l’incarico di
ordine pubblico all’interno della costituita G.N.R. alle dipendenze
del Generale Ricci e del Tenente Colonnello Valzelli, col grado di
Maggiore. Da questo momento ogni responsabilità d’ordine pubblico
della Valle Camonica ricade su di lui, pronto a scontrarsi col
generale tedesco di stanza ogni volta un ordine abbia a ritorcersi
negativamente sulla popolazione italiana; pronto a scusare l’operato
dei partigiani definendoli paternalisticamente “ giovani ribelli”,
tanto da essere accusato di debolezza e quasi di collusione con loro;
pronto a “non vedere” l’attività e la rete organizzativa
partigiana che agiva sotto i suoi occhi, evitando a tanti giovani ed
alle loro famiglie conseguenze di dura repressione da parte del
comando tedesco ; pronto a interrogare a vuoto- e solo per salvare le
apparenze con il comando superiore- tanti partigiani, nonostante il
tentativo- sventato dal curato di Ponte di Legno don Giovanni
Antonioli, partigiano- di rapimento della figlia Giuliana prima e del
figlio Giulio poi, ricoverato in ospedale ed operato di appendicite,
da parte delle Fiamme Verdi, che miravano a ricattare il Maggiore con
l’ostaggio prezioso, per potere accordarsi sullo scambio di
prigionieri importanti.
Il 26 aprile 1945 di fronte ad un documento di richiesta di resa non
firmato, senza ordini dal comando italiano e tedesco, non ne accetta
le condizioni e, messosi a disposizione della Brigata Tagliamento,
parte al seguito di questa per Edolo e poi per Fondo ( Tn) dove, visto
il proclama di scioglimento della G.N.R., si consegna spontaneamente
attraverso il parroco del paese al comitato di liberazione ( C.L.N.)
locale.
Riportato come prigioniero ad Edolo e da qui tradotto alle carceri di
Breno e successivamente a Brescia, ripetutamente picchiato e
torturato, viene poi processato dalla corte d’assise straordinaria e
riconosciuto colpevole d’omicidio di alcuni partigiani.
Condannato alla pena capitale, perso il ricorso in Cassazione e
respinta la domanda di grazia, inoltrata a sua insaputa, Ferruccio
viene fucilato al poligono di Mompiano (Bs) il 13 febbraio 1946.
La guerra era finita da quasi un anno.
Ferruccio ha 50 anni e lascia la moglie vedova ed i cinque figli
orfani alle prese col provvedimento della confisca dei beni,
nell’indigenza completa e fino al 23 aprile 1960 a lottare per la
riabilitazione di un marito e padre caduto al grido di : “viva
l’Italia” , fucilato ingiustamente come traditore, colpito alla
schiena da un plotone d’esecuzione interamente composto da armati
partigiani, in quanto i carabinieri presenti si erano rifiutati di
prendere parte all’esecuzione.
Sepolto, in abiti civili, al cimitero di Brescia, viene riportato a
Mantova (locale cimitero) nella tomba di famiglia il 9 ottobre 1965.
Partita la salma da Brescia con il tricolore steso sul feretro,
giunto il corteo nella Provincia di Mantova, a Castiglione delle
Stiviere, esso viene fermato per ordine prefettizio e fatto proseguire
solo dopo aver fatto rimuovere la bandiera, il simbolo di quella
Italia che per Ferruccio era l’ideale sommo, per addotti “motivi
di sicurezza”.
Negato anche il picchetto d’onore militare, viene tumulato nella
tomba di famiglia dopo le esequie celebrate nella Chiesa di S. Andrea
ed un breve, triste passaggio memoriale accanto alla sua dimora
mantovana, in via Nievo, dalla quale mancava dal 1922.
Tutte le fasi della cerimonia vengono seguite da forze dell’ordine
in borghese.

da: Ferruccio Spadini: 1895 – 1960 Dalla nascita alla
riabilitazione
-La Storia (ripresa e riportata fedelmente dal libro “FERRUCCIO
SPADINI: OGGI, IERI 2008 – 1895″ di Barbara Spadini)

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