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STORIE DELLA VIGILIA: “l’epoca romantica della violenza di G. Reale

Trovo appuntata questa frase che Renato Ricci scrisse nel memoriale redatto durante la prigionia a Procida:
“Lo squadrismo è stata l’epoca romantica della violenza”.

Sono convinto che il ras carrarese ci credesse veramente e così avesse vissuto –insieme alla stragrande maggioranza degli uomini in camicia nera- quel periodo. Vi racconto un episodio normalmente sottaciuto, ma che lo dimostra.

Domenica 17 luglio 1921, di buon mattino, un centinaio di squadristi (non tutti carraresi, alcuni indicati genericamente come ”toscani”), ottenuti con sapienti azioni di “convincimento” (un “Vieni via, sennò….” accompagnato dall’esibizione di qualche minaccioso pistolone….e qui richiamo il discorso fatto giorni fa sulla pretesa disponibilità fascista di mezzi e armamenti), tre camion con relativi autisti-proprietari, muovono, con partenza intorno alle 4, verso il paese di Tendola, per partecipare ai funerali del muratore di Fosdinovo iscritto al Fascio di Carrara, Pietro Procuranti, sessantacinquenne, soprannominato “il diavolo”, assassinato due giorni prima.
Sulla strada del ritorno, prima a Monzone e poi a S. Stefano Magra i camion sono fatti oggetto di agguati, con conseguenti sparatorie, che hanno un bilancio finale di 4 morti e svariati feriti.
Nella seconda località, in particolare, avviene che Ricci, che su un’autovettura precede i camion,  al rumore degli spari torna indietro, mette a disposizione l’auto, che così riparte velocemente con a bordo i feriti più gravi, e sale, con  i feriti più leggeri, sui camion….come ogni vero Capo deve fare.
Ma non è finita: alle porte di Sarzana i mezzi vengono fermati dai Carabinieri, presenti con due sezioni di mitragliatrici (e anche qui, rimando al discorso sulle pretese “connivenze”).
Gli squadristi scendono dai mezzi e –così come imposto dai Carabinieri- si avviano a piedi per la campagna, costeggiando il paese, ma senza entrarvi, mentre dalla parte opposta, anche i camion, vuoti, con i soli feriti a bordo, girano intorno, lungo la Circonvallazione a Nord, con l’obiettivo di ricongiungersi con gli originari occupanti dall’altra parte dell’abitato.
Le cose, però, vanno diversamente: contro gli uomini di Ricci che, un po’ sparpagliati, avanzano nei campi, viene aperto il fuoco da sovversivi appostati nell’erba e nelle case vicine.
Nello scambio di fucileria che nasce improvviso, un anarchico è colpito a morte, mentre un fascista che si è sbandato, il diciassettenne Venanzio Dell’Amico , cavatore, iscritto al Fascio da pochi giorni, è catturato dai nemici. Per lui c’è la morte, con modalità orrende.
Mentre tutto questo avviene, i Carabinieri, che, allertati dalla fucileria, si sono buttati all’inseguimento degli squadristi, li raggiungono e ne arrestano 10, che stanno cercando di attraversare il Magra: tra essi anche Ricci, con il fratello Umberto. Nella ricostruzione dei fatti del 1949, il Tenente Nicodemi :
“ ….fu anche prodigo di riconoscimenti nei confronti del Ricci, il quale, come dettò a verbale “si era attardato sul posto circondato dai più animosi dei suoi, allo scopo di proteggere il guado del fiume ai propri gregari, proditoriamente fatti segno da fucilate partenti da formazioni di cosiddette “Guardie del popolo” che, nel frattempo si erano annidate fra i cespugli del greto del fiume”. (Giuseppe Meneghini, “La Caporetto del fascismo”, Mursia Milano 2011).

“Si era attardato…per proteggere il guado del fiume ai propri gregari”….anche, qui, come ogni vero Capo deve fare.
Ecco perché, più di venti anni dopo, il Capo di allora poteva parlare di “epoca romantica della violenza”, e -azzerderei- M lo volle alla guida dell’Opera Nazionale Balilla, perchè i giovani, si sa, di esempi hanno soprattutto bisogno

PS: mentre scrivevo, mi è venuta in mente la testimonianza di Pennacchi ne “Il fasciocomunista”, riferita ad Alberto Rossi, il Capo dei Volontari Nazionali del MSI, e al suo intervento in soccorso durante una manifestazione agitata:
“Quando da dietro….è risbucato il Bava. Sembrava un leone, una pantera. Ha scansato i Carabinieri a mani larghe –con una spinta ne ha aperti tre- si è chinato sul Muriatico e l’ha rimesso in piedi, e poi una spinta a me e ci ha portati in salvo”.
Certo, tempi e situazioni diverse, ma lo stile dell’uomo (fascista) è sempre uguale.

Sotto: una foto abbastanza rara (io l’ho vista stamattina la prima volta): Ricci, a Genova, il 6 agosto del 1922 regge il cordone del carro funebre del suo squadrista Primo Martini, lavoratore del marmo anch’egli (e qui sarebbe da fare il discorso sul Fascio di Carrara, forse il più “proletario” d’Italia: all’ottobre 1921,  su 1.600 iscritti, 5 industriali, 65 impiegati, 42 bottegai e commercianti, 200 studenti e ben 1.270 operai) caduto in una sparatoria in via San Lorenzo durante le azioni contro lo “sciopero legalitario”

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