Crea sito

STORIE DELLA VIGILIA: su questo non sono d’accordo con De Felice

Pubblico, di tanto in tanto, alcuni stralci della “Intervista sul fascismo” di De Felice, recentemente riletta, a più di 40 anni dall’uscita.
Nella presentazione di ogni singolo pezzo dico che, fermo restando il valore “rivoluzionario” –anche per me- che gli studi defeliciani ebbero all’epoca, oggi, ad una lettura più matura, c’è qualcosa che mi convince meno.

Per esempio, il discorso sui “ceti medi emergenti” (che pure contraddiceva tutta una tradizione descrittiva del fascismo “braccio armato dei padroni”) come asse fondante del movimento fascista, intendendo per essi la borghesia nazionale che si affacciava al ‘900.
Anche a prescindere dal fatto che il riferimento a “ceti” ha un che di fastidiosa analisi marxista (e quella era la provenienza del professore reatino), non si può non notare come –e anche i documenti pubblicati proprio da de Felice lo dimostrano_ se ci fu un movimento che nella marcia di avvicinamento al potere fu assolutamente interclassista, questo fu il fascismo.
La comunità delle squadre (vera chiave di volta del successo mussoliniano) non conobbe distinzioni di ceto, di rango nobiliare e di danaro: borghesi e anche nobili furono non di rado agli ordini di modesti popolani che i galloni del comando se li erano guadagnati sul campo, in guerra e nella battaglia civile.

Quindi, direi che la radice della forza del movimento non fu in un ceto predefinito. E men che mai nella borghesia che –come già gli studi di Einaudi all’epoca dimostravano- non era assolutamente “emergente” in quel primo dopoguerra, ma piuttosto “retrocedente”, compressa tra la prepotenza delle classi lavoratrici-proletarie sostenute da potentissimi sindacati, e l’alterigia della proprietà capitalista ed agraria, arroccata a difesa in attesa di tempi migliori.
Fu, piuttosto un nuovo tipo umano a dare la vittoria alle schiere neroteschiate: formatosi in trincea, senza alcuna distinzione classista, animato da forte sentire “nazionale” contro i panciafichisti del 1915 e i rinunciatari del 1919.

Questa fu la “categoria” emergente sulla quale il fascismo potè contare: aristocratici come i nobili fiorentini, proletari come i dirigenti milanesi, borghesi come i capi del fascio romano.
Qualcuno aveva terre e proprietà, a molti mancavano due lire per fare un soldo, la maggioranza non dava importanza al danaro ed ai suoi miti, contava sulle proprie forze di ex combattente che aveva affrontato la dama con la falce a paro a paro e non intendeva più soggiacere alle regole del vecchio mondo, anche a costo di dare o ricevere la morte.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: