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Trieste, aspettando un altro 10 febbraio.Di F.Bellan

Si avvicina la data del cosiddetto “giorno del ricordo”, e molteplici sono le iniziative, nelle piazze ed anche on line, in tutta l’Italia per onorare la memoria dei martiri delle foibe ed anche la tragica vicenda di Norma Cossetto. 

Anche da sinistra, ancora una volta, si è visto muoversi il carrozzone giustificazionista e negazionista, per loro i massacri e l’esodo sono stati semplicemente la reazione alla ” violenza ed all’occupazione fascista “.

Come in un gioco delle parti, alla fine si aggiunge di solito la Slovenia, e a volte anche la Croazia, in nome del ” valore antifascista ” e della ” gloriosa lotta di liberazione “, paradossalmente ad alzare la voce sono quelli che a tutt’oggi si trovano ad occupare terre storicamente italiane ereditate dal disfacimento della Jugoslavia comunista. 

Nessuno sembra ricordare, invece che l’estate scorsa Mattarella, non pago di aver premiato a nome della sua repubblica lo scrittore sloveno Boris Pahor, una persona che ha negato, e nega, i massacri delle foibe, si è anche recato a rendere omaggio, su imposizione diplomatica del suo collega sloveno, Borut Pahor, ai fucilati di Basovizza, ai cosiddetti ” eroi antifascisti “, condannati tra l’altro per un attentato dinamitardo compiuto a Trieste il 10 febbraio del 1930 in piazza Benco, presso la redazione de Il popolo di Trieste, che costò la vita a Guido Neri, mentre altri tre rimasero feriti. Facevano parte della Borba – Tigr, Tigr sarebbe l’acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka, quest’ultimo è il nome slavo della città di Fiume: un’organizzazione slava che pretendeva l’annessione dei territori orientali d’Italia all’allora Regno di Jugoslavia, e per questo agiva armata contro l’Italia, contro gli italiani ed anche contro gli slavi che convivevano in pace con gli italiani. 

In quattro furono condannati a morte, nel 1930, per diversi episodi, dopo un regolare processo, svoltosi alla presenza di osservatori internazionali, ecco chi è andato ad omaggiare Mattarella la scorsa estate. 

Il 10 febbraio, oltre ad essere la data della partenza dell’ultima nave di esuli da Pola, è anche la data della firma del trattato di Parigi, un trattato di pace, che per l’Italia è stata una resa senza condizioni, che ha portato alla perdita delle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia, ed all’occupazione inglese e americana di Trieste fino al 26 ottobre del 1954, gli strascichi della seconda guerra mondiale sono durati 9 anni. 

Il 10 febbraio del 1947 a Pola, in una gelida mattinata, il comandante inglese della città, ridotta già ad una enclave circondata dai comunisti iugoslavi, alleati di inglesi e americani come della ” resistenza ” italiana e del regio esercito badogliano, passa in rassegna le truppe tra pochi infreddoliti polesani seriamente preoccupati per il loro futuro, quando viene raggiunto dai colpi della pistola di Maria Pasquinelli: l’unico vero segnale di riscatto da parte italiana, al pari successivamente di quello dei caduti di Trieste del 1953, caduti sotto il piombo inglese. 

“Mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai quattro grandi, i quali alla conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandolo o agli esperimenti di una nuova Danzica o, con la più fredda consapevolezza, che è correita’, al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio. ” Questa la rivendicazione di Maria Pasquinelli. 

Sarà processata a Trieste e condannata a morte, la pena sarà poi commutata in ergastolo, per uscire dal carcere nel 1964 dopo aver ottenuto la grazia presidenziale. 

Al processo, pur rivendicando di non aver voluto sparare alla divisa inglese in quanto tale ma di averlo fatto in quanto in quel momento rappresentasse i quattro vincitori del secondo conflitto mondiale, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, dichiarava anche “Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi, ma fin d’ora dichiaro che mai firmero’ la domanda di grazia agli oppressori della mia terra”.
Il giorno successivo a Trieste comparivano dei manifesti con scritto ” Dal pantano è nato un fiore, Maria Pasquinelli. Viva l’Italia! “.
Sarebbe bello che il 10 febbraio in tutte le città italiane apparissero un domani dei manifesti con questo testo, e che non resti tutto ridotto solo ad un ricordo degli infoibati, dovrebbe essere ben chiaro che le responsabilità non devono ricadere solo sui comunisti iugoslavi, ma anche sui loro alleati: americani, inglesi, e quella ” resistenza italiana ” costruita nel sangue e nella menzogna. Sarebbe, forse, il miglior modo di ricordare il 10 febbraio, l’esodo ed i massacri nelle foibe come gli annegamenti nel mare Adriatico e le esecuzioni, del nostro popolo d’Istria, di Fiume e della Dalmazia

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