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Trieste, la “visita dei due presidenti”: l’ennesimo insulto del sistema

È passata la giornata del ” grande avvenimento “, Mattarella e Pahor mano nella mano sulla Foiba di Basovizza e presso il monumento ai fucilati sloveni ad equiparare vittime e carnefici, il regalo dell’edificio che ospitava l’hotel Balkan agli sloveni, i riconoscimenti ad uno scrittore sloveno, ai più sconosciuto, che ha negato le foibe, come ha fatto sabato su una televisione locale un altro storico sloveno, alcune testate giornalistiche hanno riportato che nelle foibe sarebbero finite le vittime…dei fascisti, la richiesta di un coro partigiano di annullare la sentenza che ha condannato i quattro sloveni di Basovizza… Ma se sono martiri antifascisti, perché chiedere l’annullamento della condanna? Forse perché essendo legittima, dà fastidio ai novelli “depositari della verità”?

Gli unici cronisti ammessi da ” parte italiana ” erano quelli della RAI del Quirinale, alla faccia della loro tanto proclamata democrazia, chi ha riportato la notizia degli infoibati come “vittime dei fascisti” può essere definito ancora giornalista, o piuttosto andrebbe cacciato dal posto di lavoro? Non ci sono dubbi sulla risposta.

Cosa dire della rimozione della corona di fiori posta sul Balkan dopo la manifestazione del 10 luglio, in ricordo delle vittime italiane, su disposizione delle autorità del quirinale?

Senza aggiungere altro, a quanto scritto in precedenza, sulla questione della “restituzione” agli sloveni dell’edificio che ospitava il Balkan, già abbondantemente risarciti in passato, dalle cronache del “giorno dopo” emerge ancora una volta tutta la faziosità e la menzogna di politicanti e giornalisti.

Nessuno che abbia avuto il coraggio di spendere mezza parola per le vittime, tutte italiane, di quel 13 luglio di cento anni fa: degli sloveni che stavano dentro al Balkan, e che avevano cominciato per primi a sparare e a lanciare bombe a mano, non è stato ucciso nessuno.

In cambio, si sono affrettati ad ammainare il tricolore dalla Foiba di Basovizza, da un monumento nazionale, per poi riposizionarla a fianco di quella slovena e di quella dell’UE. In cambio continua la volontà di assicurare una rappresentanza parlamentare alla minoranza slovena, una minoranza che si è sempre rifiutata di sottoporre a censimento, orfana del vecchio partito comunista è nostalgica della “liberazione” del primo maggio del 1945. La data dell’inizio dell’occupazione comunista da parte delle bande partigiane di Tito. Una minoranza i cui esponenti accompagnati dal loro senatore, eletto nelle fila del PD, ieri si sono sfregati le mani, per il “regalo” e per quelli che arriveranno, a proposito se hanno già la loro rappresentanza eletta tra le fila di un partito politico, e l’hanno sempre avuta, per quale motivo bisognerebbe garantire una rappresentanza tutta per loro?

Questa non è convivenza e non ci possono essere riconciliazioni, come invece titola trionfale il quotidiano triestino che sembra solo un organo di partito, con questi presupposti a senso unico tantomeno possono rappresentare qualcuno i personaggi istituzionali giunti a Trieste, per dare uno spettacolo vomitevole. Tutto in virtù di certi accordi riguardo l’appoggio sloveno alla candidatura di Milano come sede dell’agenzia del farmaco, qualche anno fa. Il business è sfumato in favore dell’Olanda, e la repubblica democratica ne è uscita cornuta e mazziata. Se si sarebbe trattato di altri ne sarebbe uscito uno scandalo, tutte queste operazioni sono a carico del contribuente, ma visto che si tratta di “lorsignori” delle istituzioni, lo spettacolo deve continuare, del resto, gli affari sono affari.

La nostra Italia non è quella di Mattarella & company, non è quella dell’infamia del trattato di Osimo, non è quella delle leggi di tutela in favore di una minoranza a discapito di una maggioranza.

La nostra Italia è quella di Francesco Giunta, è quella di Maria Pasquinelli, è quella dei ragazzi di Trieste del 1953.

Dal pantano d’Italia è nato un fiore, ma la democrazia ha tolto il tricolore. Sulla questione del Balkan, nessun ripensamento e nessuna scusa, avevamo ragione e abbiamo ragione.

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