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Un anno fa il presidente del Friuli Venezia Giulia sì chiedeva se al Mise comanda Soros. di F.Bellan

Al ministero del lavoro chissà, di certo qualche rappresentante tra i politicanti ci sta, come ci sta a Trieste una linea che collega la città giuliana all’Open Society per quanto riguarda il business dell’immigrazione. La polemica domanda del “governatore” riguardava le continue intromissioni sulla legislazione regionale riguardo il lavoro e gli immigrati. 

Tutto è a discapito di quei cittadini e quei lavoratori, che si trovano a dover affrontare la vita di tutti i giorni in un periodo di crisi mai visto prima, con la questione dell’emergenza Covid e con una banda d’incompetenti al governo che non perdono occasione per dimostrare la loro arroganza, oltre alla loro incompetenza, Rocco Casalino in un’intervista riguardo gli strani giochi in Borsa del suo compagno, ufficialmente disoccupato, per difendersi si è vantato di guadagnare 7000 alla settimana. 7000 euro settimanali pagati dai contribuenti italiani. 

A Trieste, in giugno si è tenuta una manifestazione dei lavoratori portuali in solidarietà con il presidente dell’autorità portuale, era stato rimosso dalla sua posizione per incompatibilità di cariche, in un contesto alquanto nebuloso, dal momento che sembra si siano accorti stranamente molto tempo dopo la sua nomina e ad un anno dalle elezioni comunali. La mobilitazione è servita, il presidente del porto, che ha dimostrato professionalità e competenza nel corso del suo operato, è rimasto al suo posto. 

Oltre alla partecipazione di cittadini comuni, non potevano mancare le diverse facce della politica di tutti gli schieramenti, compresi i sindaci di Trieste e di Monfalcone. Alla manifestazione, che doveva essere al di sopra degli schieramenti vista l’importanza dell’argomento, si sono viste anche le bandiere di quei sindacati, che troppe volte si sono rivelati parte integrante, con il loro immobilismo e le loro complicità, del processo di smantellamento della giustizia sociale in Italia, negli ultimi 20/25 anni. 

A maggio, c’era stata un’altra partecipata manifestazione di protesta da parte di diverse categorie di imprenditori, collegata alla questione di tutte le ” limitazioni ” nel corso della chiusura dettata dall’emergenza per il covid. 

Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, invece, è passata praticamente in silenzio, complice anche il lockdown, la chiusura dell’area a caldo della Ferriera di Trieste, con centinaia di persone in cassa integrazione e con un futuro lavorativo a tutt’oggi incerto. 

La chiusura di uno stabilimento usata da più parti come campagna elettorale, ed anche da quella parte di cittadinanza che si è lasciata influenzare dalle campagne anti-inquinamento di chi aveva ben altri interessi.

Come ad esempio certi comitati in cui sarebbero presenti ex lavoratori dello stabilimento, ormai comodamente in pensione, magari con la casa in zona che ora sarà rivalutata, e che si sono scoperti “difensori” dell’ambiente, novelli seguaci di Greta, o come altri personaggi che della chiusura della ferriera ne hanno fatto la principale attività, gente che generalmente ha campato di politica, di contributi, e di cui si ricorda il passato, all’ombra delle bandiere rosse, magari dentro una struttura sanitaria a dare la caccia all’odiato fascista ricoverato con la comoda “sicurezza” di essere in tanti contro uno. 

Mentre, circa, alla metà degli anni ’90 l’ipotesi di chiusura dello stabilimento aveva sollevato una mobilitazione cittadina in solidarietà con i lavoratori, in questi tempi in cui ci siamo ritrovati a vivere, alla solidarietà è prevalso l’egoismo. 

Dei lavoratori della ferriera, del suo indotto, e del loro futuro lavorativo sembra proprio che non freghi niente a nessuno: niente servizi e prime pagine sui giornali, nemmeno quelli on line, niente servizi televisivi. Relegati a lavoratori di serie B, dalla società intera. 

Eppure, l’economia di una città come Trieste non può permettersi un aumento di crisi occupazionale, oltre ai lavoratori, intere famiglie non possono più incrementare come prima l’economia cittadina, già martoriata dalla crisi economica. 

Del resto in Italia, le attese nebulose sono una prassi, e i lavoratori possono aspettare parcheggiati in cassa integrazione..intanto Rocco Casalino si pappa 7000 euro a settimana, ai quali vanno aggiunti tutti i soldi mangiati da ministri, senatori, deputati, magistrati & company, tutto pagato dai contribuenti. Paradossalmente è più importante il campionato di calcio dei lavoratori, oltre ad essere un business redditizio, un’autentica fabbrica di soldi. 

La battaglia per la giustizia sociale, assieme a quella della preferenza nazionale, dev’essere ripresa saldamente  in mano da parte di chi si sente ancora fedele a quelle idee che stravolsero, e in senso positivo, il mondo intero nel secolo scorso.

Oggi viviamo in una società che ci vorrebbe ridotti ad una massa di obbedienti consumatori per la gioia del ricco “filantropo” protagonista della speculazione sulla lira italiana nel 1992, che dovrebbe essere messo al bando dall’Italia assieme alle sue strutture, per la gioia di lobbies economiche e poteri forti.

Sta in noi, in tutti quelli che vogliono ancora essere artefici del proprio destino, cercare di cementare un blocco compatto, una sorta di sindacato degli italiani, per ricostruire un’opposizione, oggi ridotta ad un continuo spot di una perenne campagna elettorale. Giorno dopo giorno appare sempre più evidente che se da un lato c’è una casta politica ed istituzionale, composta da un branco d’incapaci e da politicanti di professione, dall’altra parte, quella dell’opposizione, c’è un vuoto da riempire. 

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